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  • L’anno che verrà

    Se, al momento del ripiegamento russo sulla riva sinistra del Dniepr, era sembrata aprirsi una finestra di possibilità per un cessate il fuoco, i missili ucraini sulla Polonia l’hanno chiusa. Non solo perché hanno confermato, ancora una volta, l’oltranzismo del governo di Kyev, ma perché la reazione dei paesi occidentali – USA in testa – se pure è stata assai più cauta e ragionevole, ha mostrato con chiarezza che la NATO non intende affatto deflettere dai propri obiettivi bellicisti. Ecco perché l’anno che sta per arrivare potrebbe essere decisivo per la guerra.

    Il Generale Inverno

    La stagione attuale è probabilmente la peggiore, dal punto di vista dell’impatto meteorologico sulle condizioni di combattimento. Piogge e nevicate sulle pianure ucraine rendono il terreno paludoso, con gravi implicazioni per la mobilità dei mezzi corazzati, mentre i trinceramenti si trasformano in canali di scolo. Non è quindi il momento migliore per aspettarsi grandi battaglie di movimento, o fulminee avanzate dall’una o dall’altra parte.
    Ciò nonostante, i combattimenti sono assai attivi, e sostanzialmente segnalano l’iniziativa russa lungo la linea del fronte del Donetsk e Lugansk. In particolare nel settore centrale si segnalano una serie di successi tattici delle forze armate russe in direzione di Bakhmut, che stanno conquistando uno dopo l’altro alcuni villaggi intorno alla cittadina, al cui interno da alcune settimane si combattono aspramente gli ucraini (con fortissime perdite, nell’ordine di oltre 200 uomini al giorno) ed i militari della PMC Wagner. L’eventuale caduta di questa città fortificata, aprirebbe la strada ad una spinta in profondità delle forze russe, costringendo probabilmente gli ucraini ad arretrare di alcuni chilometri, sino alla successiva linea difensiva fortificata, lungo la direttrice Slovyansk-Kramatorsk.

    Da parte ucraina, benché il ripiegamento russo da Kherson abbia sostanzialmente liberato almeno 50.000 uomini del contingente sud delle forze armate di Kyev, che possono essere spostate su altri settori più caldi (in effetti c’è un continuo affluire di truppe, da lì verso Bakhmut), nonostante numerosi contrattacchi – falliti – in vari settori, non sembra al momento evidenziarsi un serio tentativo di organizzare una offensiva più massiccia ed incisiva.
    Contrariamente a quel che si potrebbe pensare, al fronte aspettano tutti l’arrivo del Generale Inverno. Con l’abbassamento delle temperature, infatti, i pantani ghiacceranno, il terreno si indurirà, restituendo maggiore mobilità alle forze corazzate.
    Ma in questa fase il problema maggiore per gli ucraini non è sul fronte, ma nelle retrovie. La campagna sistematica di distruzione delle infrastrutture energetiche sta infatti mettendo in ginocchio il paese. Non si tratta ovviamente solo degli aspetti più appariscenti, come le città al buio, senza riscaldamenti, acqua e telefonia mobile – tutte cose che richiedono energia elettrica per funzionare – né dell’impatto che tutto ciò può avere sulla popolazione, ma delle ricadute dirette sulla capacità di combattimento. Il calo drastico nella distribuzione di energia ha conseguenze importanti anche per le forze in prima linea.

    C’è una ridotta capacità operativa delle strutture ospedaliere, dove vengono ricoverati i feriti. C’è una forte incidenza sulla logistica, officine di riparazione e produzione industriale bellica da un lato, capacità di trasporto ferroviario per uomini e mezzi dall’altro. La capacità o meno di fronteggiare gli attacchi missilistici e con droni kamikaze in profondità, diventa dunque cruciale per la capacità di resistenza anche militare.
    Inoltre emerge con sempre maggior evidenza che le forze armate ucraine hanno un problema di manpower; che non è tanto quantitativo, ma qualitativo. Pur avendo mobilitato già oltre un milione di uomini (e donne: secondo lo stato maggiore di Kyev sono 50.000 quelle impegnate in servizio attivo), ed anche al netto delle pesantissime perdite subite – nell’ordine di 2/300.000, tra caduti, feriti e prigionieri – pur disponendo di una considerevole forza d’urto, deve fare i conti con la scarsa efficienza di combattimento.
    Il problema ha origine da alcune problematiche insormontabili. La prima, più ovvia, è che la stragrande maggioranza degli uomini in servizio ha avuto un addestramento veloce e sommario, ed è arrivata al fronte senza esperienza di combattimento. Inoltre, le forti perdite subite hanno costretto Kyev a rimpinguare le perdite delle unità con i coscritti, cosa che a sua volta ne ha determinato un calo di capacità operativa. La seconda, deriva dall’esaurirsi del materiale bellico ex-sovietico, e dall’incidenza sempre maggiore di quello occidentale – oltretutto assai eterogeneo, provenendo da oltre 30 paesi diversi. Si tratta infatti di armamenti che hanno una diversa concezione, e che spesso richiedono un’elevata capacità tecnica da parte del personale addetto, impossibile da erogare in tempi brevi.

    In termini strategici, a questo problema la NATO sta cercando di porre rimedio, da un lato col programma di addestramento da parte dei paesi dell’UE (che però riguarderà 15.000 uomini, una goccia nel mare), e dall’altro col crescente uso di mercenari; dopo la fase iniziale della Legione Internazionale, in cui prevalevano una sorta di idealismo e di voglia d’avventura, adesso siamo in presenza di un ben pianificato flusso di militari esperti, spesso provenienti da forze speciali, che transitano dalle forze armate ad alcune compagnie private operanti in coordinamento con i comandi NATO, e vengono dislocati nei settori più delicati del fronte ucraino. Si tratta prevalentemente di polacchi, statunitensi, inglesi, ma anche rumeni.
    Di fatto, la NATO è già in campo con i suoi uomini, oltre che con i suoi mezzi e la sua intelligence, ma non ufficialmente. Anche se le perdite cominciano ad essere elevate, rispetto alla consistenza dei reparti (1.200 caduti polacchi), ad ulteriore riprova che svolgono incarichi di prima linea.

    La guerra della NATO

    Dal punto di vista dell’Alleanza Atlantica, la guerra sta diventando un problema. Per un verso, sta mettendo in evidenza alcune criticità strutturali – che a loro volta sottolineano dei grossi errori di valutazione precedenti il 24 febbraio – e per un altro la difficoltà di uscirne senza perdere. Se pure per gli USA non perdere è sempre una vittoria (o almeno così amano raccontarsela e raccontarla al mondo intero), in questa fase del conflitto è assai complicato congelare i combattimenti senza che appaia evidente la vittoria russa. Anche perché, appunto, l’interesse americano non è per una chiusura definitiva della partita (che significherebbe affrontare e risolvere, insieme a Mosca, una serie di questioni assai spinose: adesione o meno alla NATO dell’Ucraina e sicurezza in Europa sopra tutto), ma semplicemente sospenderla per il tempo necessario a tirare il fiato, tenendo la brace accesa sotto la cenere, in modo da poterla nuovamente attizzare appena necessario.

    A rendere impraticabile questa possibilità, sono essenzialmente due fattori: la situazione sul terreno, troppo sbilanciata in favore della Russia, e la diffidenza russa. Putin ha detto chiaramente che aver a suo tempo accettato gli accordi di Minsk è stato un errore, perché la controparte voleva solo prendere tempo per tornare all’offensiva. In un certo senso, quindi, la NATO è in questa fase incastrata nel conflitto, e non avendo opzioni possibili per procedere nella direzione auspicata, deve per forza di cose insistere sulla via del confronto sul terreno, sperando che si realizzi una congiuntura favorevole che consenta – appunto – di fermare la giostra senza perdere la faccia. Il principale – ma non unico – ostacolo, è però di natura materiale, non politica o strategica.
    Anche se l’Alleanza deve fare i conti con i paesi europei, sempre più incerti e sempre meno coesi, in cui le spinte dal basso si sommano alle crescenti preoccupazioni del mondo economico, attualmente il suo problema principale è il livello di consumo di materiali nella guerra. Mentre per un verso la Russia mostra una capacità pressoché intatta della produzione bellica, nonché una considerevole vastità degli arsenali, gli oltre trenta paesi occidentali che stanno supportando Kyev sono ormai quasi tutti arrivati alla canna del gas. Gli arsenali si sono svuotati, spesso le stesse disponibilità operative sono state intaccate, ma il conflitto fagocita armamenti ad una velocità ben superiore alle capacità produttive dei paesi NATO.

    In particolare, ad essere pericolosamente carenti sono le forniture di munizionamento per l’artiglieria – nella guerra ucraina, entrambe le parti ne fanno un uso elevatissimo. Anche se l’industria bellica statunitense si è già messa in moto per recuperare il gap, prima che la produzione raggiunga i livelli necessari a ripianare le dotazioni dei vari eserciti, a metterli a loro volta in condizione di poter eventualmente sostenere una simile guerra d’attrito, e continuando al contempo ad alimentare la voragine ucraina, presumibilmente ci vorranno molti mesi, se non più di un anno.
    Tra l’altro, va sottolineato che l’industria bellica americana – che è quella destinata ad impegnarsi maggiormente – è completamente privata, e prima di investire in un rilancio produttivo chiede garanzie sui volumi di acquisto, e sulla durata delle commesse. E quindi la lobby delle armi, soprattutto una volta che la produzione sarà a regime, eserciterà la sua influenza affinché il conflitto – quindi il business – si prolunghi il più possibile.

    Uno snodo decisivo

    Sul breve termine, quindi, dovendo necessariamente tenere aperto il conflitto, la NATO si trova di fronte al problema di come rispondere alle tre esigenze fondamentali dell’Ucraina: una rete di sistemi anti-missile, per difendersi dagli attacchi in profondità delle forze Aerospaziali russe; una crescente quantità di personale combattente qualificato ed esperto; un inesauribile rifornimento di munizioni per l’artiglieria.
    Al primo problema, la NATO finirà probabilmente per rispondere fornendo alcuni sistemi anti-missile all’Ucraina. Inevitabilmente, però, saranno pochi (in quanto anche costosissimi) e quindi scarsamente efficaci. Va tenuto presente che la Russia, a parte i droni kamikaze (che hanno un costo bassissimo e vengono utilizzati massivamente), in questa guerra ha già lanciato quasi 5.000 missili a lunga gittata, con una media aritmetica di meno di 500 al mese; se poi consideriamo il fatto che in realtà la campagna massiccia è in atto solo da un paio di mesi, questa media sale di molto. Inoltre, gli attacchi missilistici sono portati sia utilizzando lanciatori mobili, sia dalle navi della flotta del mar Nero, sia dall’aviazione; e generalmente utilizzando una tattica micidiale.

    Innanzi tutto, ogni attacco viene portato utilizzando un numero ridondante di vettori, rispetto alla quantità di obiettivi prefissati, in modo da saturare la difesa anti-missile. Ad una prima ondata di missili, segue in genere una seconda di droni. E soprattutto, c’è sempre qualche missile anti-radar. I sistemi anti-missile della difesa, infatti, funzionano in base all’identificazione del vettore per mezzo di un radar, ma appena questo viene acceso il missile anti-radar lo identifica e va a colpirlo. Gli ucraini, infatti, ormai tendono a risparmiare i sistemi rimasti, e li accendono solo quando è conveniente. Quindi, per quanto più efficienti, i sistemi occidentali non potranno che migliorare leggermente la situazione – a pressione russa invariata…

    Al secondo problema, quello degli uomini sul terreno, è difficile trovare soluzione, perché da un lato è sempre più difficile ripianare perdite così elevate, e dall’altro aumentare indefinitamente il numero di personale militare non ucraino sul campo rischia di coinvolgere direttamente la NATO nel conflitto – cosa che l’Alleanza non vuole assolutamente.
    Il terzo problema, come s’è visto, richiederà del tempo per essere risolto – e la quantità di questo tempo è a sua volta dipendente da svariati fattori (velocità di risposta della produzione industriale, quantità di consumo sul fronte, disponibilità dei vari paesi, etc).
    Tutto ciò, mentre la guerra procede. Il che significa che la capacità offensiva di Kyev tendenzialmente diminuirà, mentre quella russa è destinata a crescere esponenzialmente – anche in virtù del declinare di quella ucraina.

    Un’opportunità per Mosca

    Nel giro di un paio di mesi, la Russia si troverà di fronte un’ampia finestra di opportunità.
    Il peso dei danni infrastrutturali inferti al nemico avrà raggiunto una soglia critica. Le condizioni meteo aumenteranno le possibilità di manovra. La capacità di combattimento ucraina sarà strutturalmente calata. L’arrivo delle nuove truppe (sinora addestrate con tutta calma) porterà a disposizione di Surovykin – tra mobilitati e volontari – praticamente il doppio degli uomini.
    Sino ad ora, nonostante alcune incertezze ed alcuni errori, le cose sul campo non sono andate molto male per Mosca, anzi. Ha preso stabilmente possesso della parte più ricca e strategicamente più importante dell’Ucraina, ed ha messo in sicurezza il controllo del mar Nero.
    Sul piano economico ha tenuto botta, molto meglio di quanto non stia accadendo ai paesi occidentali. Sul piano diplomatico, sta inanellando un successo dopo l’altro.
    Ciò nonostante, al Kremlino sono consapevoli che questa guerra ha un costo non indifferente (in senso lato), e soprattutto che il resto del mondo – Cina ed India in testa – preferirebbero che avesse fine.

    Il 2023 pertanto potrebbe essere il momento in cui si può produrre il miglior allineamento dei pianeti, e giocando tra predominio sul campo, crisi nei paesi occidentali, ed offensiva diplomatica, Mosca potrebbe condurre le cose verso un cessate il fuoco nell’estate prossima. Anche se una soluzione di questo genere non è per niente facile, ha l’opportunità di giocarsi la combinazione tra due fattori.
    Il primo, è che mentre la NATO può anche non vincere, la Russia non può perdere. Per la NATO, per gli USA, questa non è la madre di tutte le battaglie, mentre per la Federazione Russa è una questione esistenziale, di sopravvivenza. E di ciò sono consapevoli entrambe le parti.
    Il secondo è che la NATO è disposta a portare avanti questa guerra, solo sinché è e rimane una proxy war. Se dovesse minacciare di coinvolgerla direttamente, soprattutto adesso, dovrebbe rinunciare. Pertanto se dovesse vedere concretizzarsi questo pericolo, tirerebbe il freno.
    Dunque il gioco – pericoloso certo – è rendere impossibile il prosieguo della guerra in forma di guerra per procura, ovvero mettere in ginocchio l’Ucraina. Portarla ad un punto in cui proseguire la guerra sia materialmente impossibile, ed offrire una via d’uscita un momento prima che il crollo sia effettivo.

    Insomma, in parole povere, mettere la NATO di fronte alla scelta se chiudere la partita o giocarla in prima persona, e farlo nel momento di massima debolezza della NATO. Diversamente, se la guerra si dovesse prolungare, la NATO avrà tempo e modo per riorganizzarsi e recuperare la piena capacità di sostegno a Kyev, mentre le pressioni da parte dei paesi terzi affinché la guerra abbia termine cresceranno sempre più. Col rischio che – domani – Mosca sia costretta ad accettare uno stop in condizioni non più di vantaggio.

  • Guerra e politica

    Se l’assunto clausewitziano, secondo cui la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi, risponde al vero, ne consegue che le indicazioni politiche hanno un peso determinante negli esiti della guerra. Perseguire attraverso il momento bellico obiettivi impossibili, si traduce in un grosso rischio militare – il quale a sua volta non potrà che riflettersi sul piano politico.

    Se guardiamo alla guerra in Ucraina sotto questo profilo, ci accorgeremo rapidamente che di errori politici ne sono stati commessi molti, e da entrambe le parti, tanto che a dieci mesi dall’inizio del conflitto non si vede come uscirne. E chiaramente stiamo parlando di errori significativi, per nulla marginali, che hanno conseguentemente condizionato – e tuttora condizionano – l’andamento della guerra; e per di più, non si tratta soltanto di errori commessi a monte del 24 febbraio, ma anche successivi, in corso d’opera. Com’è ovvio, questo accumulo produce effetti che si sommano gli uni con gli altri, riorientando l’andamento del conflitto, che già di suo è un processo non strettamente determinabile.

    Gli errori americani

    Tralasciando gli errori commessi dagli attori minori, prenderemo in esame qui quelli commessi dai due principali antagonisti, gli Stati Uniti e la Russia.
    Prima d’ogni cosa va però fatta una precisazione, affatto secondaria. Entrambe si sono preparati da anni a questa guerra, anzi – per quanto riguarda gli USA – non solo si sono preparati, ma l’hanno preparata.
    Gli obiettivi strategici che la leadership statunitense intendeva perseguire attraverso la guerra, erano fondamentalmente due: separazione netta e definitiva dell’Europa dalla Russia, e logoramento di questa a 360°. In questa prospettiva, la guerra giunge a coronamento di un percorso di espansione verso est della NATO, che per un verso aveva lo scopo di spingere in avanti le frontiere tra l’Alleanza e la Russia, accerchiandola sempre più, e dall’altro intendeva sbilanciare in senso russofobo la componente europea dell’Alleanza stessa, attraverso appunto l’integrazione dei paesi provenienti dall’ex-area d’influenza sovietica.
    Da questo punto di vista, la scelta dell’Ucraina è stata assolutamente strategica, in quanto non solo è il paese più grande tra quelli confinanti con la Russia, ma è anche terra di transito per le forniture di gas e petrolio verso l’Europa. I gasdotti North Stream 1 e 2, infatti, saranno costruiti successivamente e proprio per bypassare l’Ucraina.
    Il primo errore statunitense, quindi, è stato una errata valutazione delle capacità di resistenza della Russia, non solo sotto il profilo militare-industriale, ma ancor più sotto quello economico e politico-diplomatico. Si è trattato di un errore di vasta portata, perché in realtà non è riconducibile esclusivamente ad una miscomprensione della reattività del sistema russo, ma ad una ben più ampia incomprensione dei mutamenti intercorsi sul piano internazionale – sia sotto il profilo economico e commerciale, sia sotto quello del crescente multipolarismo politico.
    Questo errore, in particolare, è stato di portata strategica, perché la guerra ha fatto da acceleratore del processo, costringendo molti paesi ad anticipare una scelta di campo che forse avrebbero comunque fatto, ma comunque non oggi.
    Da ciò, è derivata anche la cattiva valutazione che avrebbe avuto l’impatto dell’impianto sanzionatorio, non solo sulla Russia ma sul mondo intero. Se, infatti, da un lato l’economia russa si è rivelata assai più resiliente del previsto, anzi riuscendo velocemente a superare l’urto delle sanzioni, queste si sono invece disastrosamente rovesciate non solo sugli alleati europei, ma su gran parte dei paesi terzi, che hanno accusato il brusco cambiamento nel commercio internazionale, in particolare nel settore energetico ed in quello agro-alimentare. Una mossa, questa, che ha contribuito ulteriormente a raffreddare i rapporti tra l’occidente collettivo ed il resto del mondo.

    Il secondo errore è stato sul piano militare. Probabilmente a Washington si accarezzava l’idea di replicare quanto fatto a suo tempo in Afghanistan, dove la proxy war condotta attraverso i mujaheddin aveva prodotto – tutto sommato con poca spesa – un serio logoramento dell’Armata Rossa, contribuendo al processo di dissoluzione dell’URSS. Del resto, c’erano alcune premesse. L’Ucraina, dopo la fine dell’Unione Sovietica, aveva ereditato massicce quantità di armi, e poi, a partire dal 2014, la NATO aveva fatto un grosso investimento sulle forze armate ucraine, sia in termini di addestramento che di armamenti. Ovviamente nessuno al Pentagono ha mai pensato che Kyev potesse vincere una guerra contro la Russia, ma evidentemente si riteneva che potesse dar filo da torcere abbastanza a lungo, quanto basta per logorare le forze armate russe oltre che troncare di netto le relazioni est-ovest in Europa.
    A questo errore iniziale si è poi pensato di poter porre rimedio aumentando il sostegno all’esercito ucraino, ma questa si è rivelata essere una strada senza uscita, e l’Ucraina si è trasformata in un buco nero che inghiotte armi uomini e miliardi, con una velocità che non si riesce a rallentare. In dieci mesi, soltanto gli Stati Uniti hanno trasferito all’Ucraina aiuti che superano di un terzo l’intero bilancio militare russo per l’anno in corso. Senza contare quelli trasferiti dagli oltre trenta paesi che stanno contribuendo, in varia misura, a sostenere Kyev.

    Se, da un lato, la tenuta delle forze armate ucraine – e della società intera – è stata sinora considerevole, è evidente come la guerra d’attrito, pur onerosa per entrambe le parti, è ormai prossima a raggiungere una soglia insostenibile per l’Ucraina ed i suoi alleati. La capacità di trasferimento di armamenti è pressoché al limite, gran parte dei paesi NATO ha esaurito le scorte disponibili, sia di mezzi che di munizionamento – di cui si sta facendo un consumo enorme. Senza entrare qui nel dettaglio dei problemi derivanti dall’eterogeneità delle forniture militari – dalla necessità di addestramento specifico al munizionamento, alla riparazione, etc – è ormai chiaro che il sostegno alle forze armate di Kyev sarà sempre più legato alla capacità industriale di produrre appositamente (e quindi con tempi di consegna dilatati), ovvero all’intaccare seriamente le disponibilità operative dei vari eserciti NATO.

    Al tempo stesso, sta emergendo un altro fattore critico, ovvero il consumo di manpower. Le perdite subite dagli ucraini sono considerevolissime, ed ormai gran parte delle truppe è costituita da coscritti con scarsa o nulla esperienza di combattimento; se a ciò si aggiunge la summenzionata necessità di personale specializzato per l’utilizzo di taluni sistemi d’arma occidentali (sistemi d’artiglieria, anti-aerei e anti-missile in particolare), si comprende facilmente come armi e denaro non siano più sufficienti a sostenere lo sforzo bellico dell’Ucraina. A ciò si sta facendo fronte, da parte NATO, sia attraverso un crescente impiego di PMC (1), sia attraverso l’arruolamento di fatto di interi reparti di militari polacchi. Senza ovviamente contare i reparti speciali (soprattutto britannici) che operano clandestinamente.
    Questo è un grosso problema perché non sarà possibile continuare ad ibitum con questa politica, senza rischiare prima o poi di arrivare allo scontro diretto sul campo – cosa che sia la NATO che la Russia vogliono assolutamente evitare.

    Gli errori russi

    Dal canto suo, anche la Russia ha commesso degli errori rilevanti, ed anche in questo caso si riflettono pesantemente sul conflitto.
    Il primo, grossolano errore è stato credere, il 24 febbraio, che con una sorta di blitzkrieg che minacciasse la capitale, si potesse rapidamente portare l’Ucraina – e quindi la NATO – al tavolo delle trattative. Da questo errore di valutazione, che dimostra come a Mosca non si avesse assolutamente la reale percezione delle intenzioni americane, nasce l’Operazione Speciale Militare – che voleva appunto essere relativamente rapida e circoscritta, e che pertanto ha visto sia l’impiego di un numero assolutamente insufficiente di uomini, sia due penetrazioni iniziali in territorio ucraino (da nord e da est) che erano funzionali esclusivamente a questo obiettivo politico, ma assolutamente inutili sotto il profilo militare (e infatti, una volta divenuto chiaro che la controparte non avrebbe trattato, sono state ritirate unilateralmente).
    Vale qui la pena rilevare, giusto per inciso, come nel corso del conflitto la Russia abbia operato tre – se non quattro (2) – ritirate, pur in assenza di un’offensiva ucraina.
    Questo primo errore ha prodotto come conseguenza la perdurante inferiorità numerica russa sul campo, solo parzialmente compensata dal dominio dell’aria e dal preponderante vantaggio nel settore critico dell’artiglieria. Ma che ha comunque impedito una maggiore spinta offensiva, ed ha contribuito non poco ad aumentare le perdite umane.

    Si tratta, com’è evidente, di un errore politico, dalle conseguenze strategiche. A cui si è deciso di porre rimedio tardivamente, tanto che ancora il rimedio è solo parzialmente effettivo.
    Per quanto siano opinabili, e certamente a loro volta non prive di conseguenze, non annovereremo tra gli errori le scelte (politiche) di non colpire decisamente le infrastrutture ucraine, e quando si è deciso di farlo di colpirle in modo parziale e selettivo (non c’è alcuna seria offensiva volta a distruggere la rete stradale e ferroviaria, fondamentale sia per la mobilità delle truppe tra i vari settori del fronte, sia per la logistica, sia per far affluire i mezzi NATO sulla linea di contatto). Si tratta appunto di scelte discutibili, ma non necessariamente identificabili come errori, in quanto l’effetto maggiormente negativo che ne è conseguito è stato (probabilmente) un prolungamento del conflitto.

    Il secondo errore politico commesso dai russi nella guerra, in questo paragonabile a quello americano sulla sottovalutazione della resistenza complessiva della Russia, è stata la decisione di anticipare i referendum negli oblast parzialmente occupati. Questa decisione, chiaramente politica non solo perché presa su quel piano, ma perché aveva un evidente scopo politico (ovvero indicare con chiarezza una red line inequivocabile, invalicabile in un negoziato), rischia però di avere effetti pesantemente negativi. Essa infatti si pone in netto contrasto con le esigenze militari della guerra. E di conseguenza fa emergere una contraddizione stridente nell’operato di Mosca. L’abbandono di Kherson ed il ripiegamento sulla riva sinistra del Dnepr sono, da questo punto di vista, esemplari.
    Non solo, infatti, la città è il capoluogo dell’oblast, che si è voluto parte della Federazione Russa nella sua interezza (compresa quindi la parte non ancora liberata), ma è anche un nodo strategico importantissimo. Ritirarsi al di qua del Dnepr, ad attestarvisi a difesa, significa infatti – ed in modo inequivocabile – rinunciare a riattraversarlo, quindi abbandonare agli ucraini un pezzo di territorio appena proclamato come suolo patrio, oltre che, ovviamente, precludersi seriamente qualsiasi possibilità offensiva verso Odessa.
    È significativo che, ormai da mesi, lungo i 1000 chilometri di fronte, gli unici spostamenti significativi siano stati proprio gli arretramenti russi – a sud-ovest ed a nord-est. Per quanto si stia combattendo duramente, lungo la linea di contatto degli oblast di Zaporizhia, Donetsk e Lugansk, l’iniziativa è russa solo nel Donetsk. Un oblast che, tra l’altro, è per circa la metà in mano ucraina. Problema peraltro comune a tutti i quattro oblast annessi; solo il Lugansk è quasi completamente in mano russa.

    La scelta quindi di celebrare i referendum di annessione, ha una ricaduta pesante sulla guerra, intanto proprio perché ne pone le decisioni necessarie in stridente contraddizione con l’indicazione politica data. E poi perché pone un problema – che è politico e militare ad un tempo – complessivo, in ordine agli obiettivi della guerra. Sotto il profilo territoriale, la mancata liberazione di parte del territorio russo, sarebbe una sconfitta sia per le forze armate che per il Cremlino. Inoltre, poiché è chiarissimo che l’interesse americano è mantenere comunque il conflitto caldo, e quindi, anche in caso di negoziati, a lasciare una situazione potenzialmente riattivabile, per la Russia si pone il problema se accettare questa prospettiva (quindi una sorta di Minsk III, con tutto quel che ne consegue), oppure se perseguire la via della demilitarizzazione dell’Ucraina, che può essere conseguita soltanto annientandone le forze armate.

    Un obiettivo questo che, se non si fosse commesso l’errore iniziale, si sarebbe potuto conseguire entro l’estate, impegnando sin dalla primavera il necessario dispositivo di uomini e mezzi, ma che ora diventa non solo assai più oneroso (militarmente e politicamente), ma anche più complicato, perché la liberazione o meno dei quattro oblast per intero diventa anche una questione militare, di non poco conto.

    Tornando quindi a von Clausewitz, ed alla relazione inscindibile tra politica e guerra, si può oggi affermare che i due contendenti veri della guerra ucraina, USA e Russia, in virtù dei propri errori politici, si trovano oggi a dover fronteggiare un sostanziale impasse militare, che per la difficoltà di districarsene politicamente, minaccia di incancrenirsi e – come taluni hanno sempre temuto – di aprire la strada alla sirianizzazione del conflitto.


    1 – Private Military Company. La più famosa tra quelle operanti in Ucraina, sul fronte NATO, è la Mozart, guidata da un ex colonnello USA, e così denominata come risposta alla PMC russa Wagner

    2 – Il riferimento è qui non solo alle due linee di penetrazione citate, ma anche a quella da Kherson, ed in una certa misura anche a quella dal settore di Kharkiv. Nel caso di Kherson, se pure vi erano delle difficoltà logistiche, e c’era una certa pressione da parte delle forze ucraine (sino a quel momento però sempre respinte con pesanti perdite), la ritirata è stata una decisione del comando russo. Quanto alla ritirata nel settore di Kharkiv, questa sì effettivamente conseguenza di una offensiva ucraina, non si può non notare come le difese nel settore fossero estremamente deboli, quasi un preludio a ciò che poi è effettivamente accaduto. In entrambe i casi, comunque, appare evidente che i territori da cui poi si sono ritirate le truppe non erano evidentemente di interesse strategico, e quindi viene da domandarsi a che scopo siano stati conquistati, se non c’era l’interesse a mantenerli.

  • La guerra prossima ventura

    Se il declino americano e dell’unipolarismo – due cose sovrapponibili ma non necessariamente identiche – sono ormai un dato evidente, la questione più urgente è quindi capire quando e come avverrà la transizione. Infatti, se un passaggio verso un mondo multipolare sembra ad oggi inevitabile, è chiaro che non sarà un passaggio indolore, ma al contrario sarà segnato da una guerra. È quindi importante cercare di comprendere come avverrà questa transizione, quali potrebbero essere le mosse – soprattutto militari – della potenza declinante, l’America.

    Il declino americano

    Le cause del declino degli Stati Uniti, come potenza egemone, sono ovviamente svariate, e si sono prodotte e manifestate già nella fase in cui l’impero, con il crollo dell’URSS, sembrava affermarsi definitivamente. In un certo senso, si potrebbe dire che la stagione d’oro dell’imperialismo americano è anche quella in cui hanno cominciato a germinare i semi del suo declino.
    Di ciò comunque le classi dirigenti statunitensi si sono rese conto rapidamente, e seppure cercano di continuare a proiettare un’immagine imperiale vincente, hanno da tempo cominciato a riflettere sul come fronteggiare questa situazione, prima che divenga conclamata ed irreparabile.
    Nei think tank USA (1) si è quindi avviata, ormai da decenni, una riflessione che punta ad identificare non tanto le cause del declino, quanto le minacce alla potenza imperiale, e le strategie per rintuzzarle e sconfiggerle. Nel linguaggio politico americano, è abbastanza evidente che non c’è alcuna remora nell’indicare – appunto – come una minaccia chiunque sviluppi una potenza economica e/o militare in grado di sfidare l’impero, indipendentemente da quale sia la postura assunta nei confronti degli Stati Uniti; per i quali costituisce una minaccia già di per sé, per il semplice fatto di esistere.

    Fondamentalmente, da oltre vent’anni il pensiero strategico americano ha individuato nella Russia e nella Cina le vere minacce al permanere del proprio dominio. Benché in effetti non ci sia più di mezzo una vera questione ideologica, essendo ormai entrambe sostanzialmente convertite al modello dell’economia capitalista, i due grandi paesi continentali sono anzi percepiti come minacciosi oggi assai più che ieri. Proprio l’adesione al capitalismo (sia pure non marginalmente diversificato, rispetto a quello liberista americano), aggiunge infatti un plus ad un piano di conflittualità geopolitica, prefigurando una guerra civile globale tra potenze simili, e perciò competitive.
    Nell’analisi strategica americana, ci sono essenzialmente quattro paesi ostili, di cui però solo due percepiti come minacce vere e proprie. La Corea del Nord, ed ancor più l’Iran, sono visti come stati canaglia, ovvero riottosi ad accettare il dominio degli Stati Uniti, anche se considerati più un elemento di disturbo che di pericolo. Mentre Russia e Cina rientrano a pieno titolo nella categoria delle minacce. La Cina, col suo potenziale economico, industriale e tecnologico, è individuata come il competitor principale, quello in grado di mettere in discussione il dominio imperiale; la Russia, pur considerata come una potenza regionale (e quindi non in grado di competere sul piano globale), è invece percepita come una minaccia più che altro per la propria irriducibilità, e per la capacità di saldarsi potenzialmente al resto d’Europa – oltre che, ovviamente, per il suo potenziale militare.

    In questo quadro, per fronteggiare le minacce la strategia geopolitica statunitense si è posta alcuni obiettivi principali: separare nettamente e stabilmente l’Europa dalla Russia, depotenziare economicamente e militarmente quest’ultima, affrontare separatamente Russia e Cina, e colpire questa dopo aver conseguito gli altri obiettivi. Naturalmente tutti questi obiettivi sono inquadrati in una prospettiva bellica, ma che va intesa nel senso di guerra senza limiti (2), o guerra ibrida, in cui il piano militare vero e proprio è solo uno dei tanti utilizzati.
    Tutta la politica espansiva della NATO verso l’est europeo, la sua sempre più marcata trasformazione da alleanza difensiva a strumento offensivo, nonché la sua dilatazione geografica verso l’Indo Pacifico, sono elementi che rispondono precisamente a questo disegno.
    E la guerra in Ucraina, lungamente preparata, ha esattamente lo scopo di raggiungere i primi due obiettivi, e costituisce di fatto il passo iniziale della controffensiva americana. Con essa si apre ufficialmente il quarto grande conflitto destinato a segnare la storia degli USA (3), è che possiamo correttamente definire come terza guerra mondiale.

    La lezione ucraina

    Il conflitto combattuto sul suolo ucraino, cominciato nel 2014 e deflagrato nel 2022, sta però mostrando una realtà diversa da quella immaginata, e soprattutto sta dimostrando la difficoltà di conseguire gli obiettivi. Se da un lato ha funzionato anche meglio del previsto nella irreggimentazione dell’Europa – che si è fatta rapidamente e supinamente rimettere in riga – e nella sua separazione dalla Russia, il depotenziamento di questa si è rivelato assai complicato. Si può anzi tranquillamente affermare che è fallito, non essendo riuscito né sul piano economico, né su quello politico-diplomatico, né tanto meno su quello militare.
    Ed è soprattutto su questo piano, che la lezione è più stringente.
    Al netto di tutto, infatti, la proxy war messa in atto dalla NATO (e più ampiamente dall’occidente collettivo) sta dimostrando una cosa assai semplice: allo stato attuale delle cose, la NATO non è in grado di affrontare uno scontro diretto con la Russia. Non lo è sul piano della capacità di mettere in campo uomini e mezzi, non lo è sotto il profilo della produzione industriale bellica, non lo è soprattutto nella capacità di reggere il consumo di manpower.

    La prospettiva di guerra che Washington si è data quindi, alla luce del conflitto in Ucraina, dice che l’intero sistema (militare, industriale, logistico) deve essere preventivamente tarato su un livello assai superiore a quello attuale – e prima di ciò, deve rimettersi in pari rispetto ai costi della guerra in corso, sia in termini economici che di esaurimento degli arsenali.
    Sicuramente anche la Russia avrà a sua volta bisogno di un tempo per recuperare un livello prebellico, ma questo tempo sarà sicuramente inferiore a quello dell’occidente, perché era assai meglio attrezzata. Ciò significa che la NATO necessiterà di alcuni anni, prima di essere nuovamente in grado di affrontare uno sforzo simile, ma con maggiori possibilità di vittoria.
    Al tempo stesso, gli Stati Uniti si trovano nella necessità di non poter allentare la presa, proprio per evitare che i nemici abbiano a loro volta il tempo per attrezzarsi ancor meglio allo scontro.

    La prossima tappa di avvicinamento al terzo conflitto mondiale, quindi, sarà con ogni probabilità un’altra proxy war. Che, rispondendo al disegno strategico di dividere i nemici per colpirli separatamente, avrà presumibilmente come obiettivo nuovamente la Russia – oppure uno dei suoi alleati.
    Ma ovviamente ciò non è semplice, perché la possibilità di creare conflitti significativi alle frontiere di Mosca non sono tante. Da questo punto di vista, la scelta dell’Ucraina non è stata affatto casuale. Su questa dimensione di scala, infatti, ci sono soltanto il Kazakhistan e la Finlandia – ma quest’ultima, oltre ad avere una popolazione limitata, serve che entri nella NATO per completare l’accerchiamento nel mar Baltico e proiettare l’alleanza nel mare di Barents. Non resterebbero quindi che la Georgia o l’Azerbaijan. Che però non hanno il potenziale dell’Ucraina, e mancano dell’enorme retrovia su cui può contare Kyev, avendo alle spalle l’Europa. Questa debolezza, tra l’altro, spiega anche perché gli USA siano così irritati dall’autonomia politica della Turchia, che di fatto li priva di un alleato fondamentale in uno scacchiere strategico.

    La necessità della guerra

    Dal punto di vista americano, la guerra guerreggiata è una necessità imprescindibile. Non solo perché è parte del bagaglio ideologico e culturale del paese, ma perché – essendo la forza militare la sola vera carta vincente di cui disponga – è necessario utilizzarla per impedire l’ascesa dei competitor, e deve essere fatto prima che questi diventino tali anche su questo piano. Questo pone gli Stati Uniti in una condizione di difficoltà, in quanto non è assolutamente in grado, anche mobilitando tutti gli alleati, di affrontare contemporaneamente i suoi avversari. E dovendo affrontarli separatamente, ha necessariamente bisogno di più tempo; che però è esattamente il fattore di cui dispongono più limitatamente. Si trovano quindi nella condizione di dovere, da un lato, stringere i tempi per anticipare la crescita militare cinese, e dall’altro di dover guadagnare tempo, per aver modo di tenere divise Russia e Cina e sistemarle separatamente, una dopo l’altra.
    Questa condizione spiega, ad esempio, l’oscillare tra atteggiamenti apertamente provocatori (visita della Pelosi a Taiwan, la NATO del Pacifico, etc) ed altri distensivi (Biden con Xi Jinping al G20 di Bali, viaggio di Blinken in Cina nel 2023); si tratta di un tira e molla funzionale a mantenere una certa elasticità temporale.

    In termini strategici, gli Stati Uniti devono fare i conti con altri due grandi problemi.
    La condizione di potenza thalassocratica, ovvero dominatrice dei mari, ma soprattutto di blocco continentale insulare (4), è un grande atout sotto il profilo difensivo, poiché rende estremamente difficile una invasione nemica; ma, al tempo stesso, rende estremamente complicata una azione offensiva contro i suoi nemici, in particolare la Cina. Una invasione di quest’ultima è palesemente fuori da qualsiasi portata, in quanto dovrebbe essere messa in atto via mare. L’unica possibilità di utilizzare strategicamente un (eventuale) dominio sul mare (5), risiede soprattutto nel tradizionale ricorso al blocco navale. Ma non è assolutamente per caso che, ormai da anni, sia la Cina (con la nuova via della seta) che Russia e Iran (con il corridoio nord-sud), stiano realizzando rotte commerciali in grado non solo di essere più veloci e competitive di quelle marittime tradizionali, ma anche di essere conseguentemente al riparo da minacce navali.

    L’altro grande problema è costituito dall’impossibilità di fare ricorso alle armi nucleari.
    Non si tratta ovviamente di una impossibilità tecnica, né politica, ma bensì di una impossibilità aritmetica. Scopo di qualsiasi guerra è l’annientamento del nemico, almeno nella misura sufficiente ad indurlo alla resa, ma ovviamente ciò non può essere perseguito al costo del proprio, reciproco annientamento. Ne consegue che l’uso di armi nucleari è concretamente possibile solo nel caso in cui si abbia la certezza della impossibilità, da parte del nemico, di rispondere adeguatamente. In buona sostanza, una potenza nucleare (ovviamente questo non vale solo per gli USA) si troverebbe nella condizione di fare ricorso a tali armamenti solo in tre casi: il nemico non dispone di armi nucleari, vi è una tale minaccia alla sicurezza ed alla integrità del paese da non lasciare altra possibilità di difesa, vi sia un tale vantaggio qualitativo e quantitativo da rendere impossibile o insignificante la risposta nucleare del nemico. A questi criteri si attiene sostanzialmente la dottrina strategica di tutte le potenze nucleari.

    Quale guerra è possibile?

    In linea di massima, quindi, quella che gli Stati Uniti dovranno affrontare sarà necessariamente una dura guerra convenzionale, portata avanti per tappe successive. Un nemico dopo l’altro.
    E se, sotto il profilo geopolitico, oltre che economico e militare, la Cina deve forzatamente essere l’ultima tappa, va da sé che smantellare la Russia deve essere una delle prime. Ma, come abbiamo visto, la guerra in Ucraina dimostra che l’attacco frontale di secondo grado (la proxy war) non è in grado di conseguire risultati apprezzabili, ed un attacco diretto, da parte della NATO, non è al momento attuabile con sufficienti opportunità di vittoria. Ne consegue che la prossima tappa della strategia di guerra americana sarà probabilmente un attacco indiretto. Fatta salva la possibilità di cogliere eventuali opportunità che dovessero offrirsi, gli USA attaccheranno altrove.

    Per come stanno ad oggi le cose, l’obiettivo più probabile è l’Iran. Gli elementi che portano a questa conclusione sono numerosi, per quanto – ovviamente – indiziari. Innanzi tutto, l’Iran è un nemico storico degli USA, e molto più che la Russia è percepito in occidente come un paese estraneo, ostile. Il fatto che sia considerato una teocrazia islamica è in questo un fattore determinante.
    In questa fase, ed in misura crescente, l’Iran si configura come un alleato strategico della Russia, con cui coopera sia sul piano economico che militare.
    Oltre ad avere una posizione strategica importantissima, l’Iran è il secondo paese al mondo per riserve petrolifere possedute.
    Un eventuale caduta del regime iraniano aprirebbe la strada ad una eguale sorte per Hezbollah in LIbano, e soprattutto per il regime di Assad in Siria – altro alleato di Mosca, che nel paese ha la sua unica base navale nel Mediterraneo, a Tartus – a sua volta produttore di petrolio.
    Gli USA e la NATO dispongono nell’area di basi, di punti d’appoggio e paesi amici. In una decina di paesi vicini ci sono basi americane, nel mare Arabico incrociano le navi della 5th flotta, a due passi c’è l’irriducibile nemico Israele.
    Un conflitto nell’area avrebbe il vantaggio di riavvicinare Washington e Ryad, tradizionalmente ostile a Teheran – con cui i rapporti si stanno ultimamente inasprendo nuovamente.
    Un regime change in Iran renderebbe pienamente sostituibile la Turchia, come pilastro regionale dell’impero.
    L’Iran non dispone (ancora) di armi nucleari – Israele si.
    L’abbattimento dell’ostile regime iraniano interromperebbe sia la linea del corridoio nord-sud che la nuova via della seta.
    Il paese è attualmente oggetto di una fase di pre-riscaldamento; dopo il fallimento dell’ennesimo tentativo di rivoluzione colorata, siamo adesso nella fase del terrorismo. Per il momento ad agire sono prevalentemente commando dell’Isis (riconducibili quindi all’Arabia Saudita), ma quanto prima arriveranno i curdi (il Kurdistan iracheno è una solida base americana), che già contrabbandano armi oltre confine, mentre sono in stand-by i Mujaheddin el-Kalk, di stanza in Albania (paese NATO).

    Ovviamente, il pericolo di una mossa del genere è che il conflitto deflagri coinvolgendo l’intera regione, con conseguenze imprevedibili, così come che la Russia decida a sua volta di sostenere attivamente l’alleato, come ha già fatto in Siria.
    Ma gli USA hanno già condotto una proxy war contro l’Iran, utilizzando l’Iraq di Saddam, e riuscendo a mantenere il conflitto in un ambito accettabile. Anche se ovviamente la situazione è oggi profondamente diversa da quella di quarant’anni fa. Lo è però anche per gli Stati Uniti, che hanno la necessità di agire.
    È assai probabile che, comunque, ciò non avvenga prima di una qualche conclusione del conflitto in Ucraina, perché al momento due proxy war sarebbero insostenibili sotto ogni punto di vista.


    1 – Quella dei think tank è una realtà tipicamente americana, e pressoché sconosciuta in Europa, che ha invece un grande valore (ed un grande peso) nel definire le strategie politiche, economiche e militari del paese, con una prospettiva che non sia quella a corto raggio di una legislatura. È proprio grazie al lavoro dei think tank, che diventa possibile collocare le scelte politiche contingenti nel quadro di prospettive di più ampio respiro.

    2 – Sul questo concetto, cfr. Qiao Liang, Wang Xiangsui, “Guerra senza limiti”, ed. Le Guerre

    3 – La storia degli Stati Uniti è segnata da tre grandi conflitti: con la prima guerra mondiale, si affacciano sul mondo come grande potenza in ascesa, con la seconda guerra mondiale si affermano come potenza imperiale globale, con la vittoria nella guerra fredda si pongono come unica potenza egemone.

    4 – Il Nord America è di fatto come una grande isola continentale, come l’Australia, circondato com’è dall’oceano Atlantico ad est e da quello Pacifico ad ovest.

    5 – Va rilevato, al riguardo, come Russia Cina ed Iran abbiano avviato non solo manovre congiunte, ma veri e propri pattugliamenti navali operati da squadre navali miste. E la Cina sta lavorando intensamente ad ampliare la propria flotta.

  • A mente fredda

    L’ampio ripiegamento russo sulla riva sinistra del Dniepr, nella regione di Kherson, è per molti versi paragonabile a quello di aprile, quando vennero improvvisamente ritirate sia le forze arrivate alle porte di Kyev, sia quelle – penetrate da est – che avevano preso Romny e puntavano sulla capitale. In entrambe i casi, si tratta di un significativo ridispiegamento, di ampia portata territoriale, che segna un cambiamento strategico importante.

    Nonostante l’intervento in Ucraina fosse stato pianificato da anni (1), la Russia ha modificato più volte la propria impostazione tattico-strategica nel conflitto. Ciò è ovviamente in parte dovuto alla natura dinamica della guerra, che richiede una elevata capacità di adattamento al mutare delle situazioni, ma anche ad una serie di errate valutazioni politico-militari. Il ritiro delle truppe dalla riva destra del Dniepr segna appunto uno di questi passaggi, che proveremo ad analizzare su più livelli, tattico, strategico e politico.

    Il piano tattico

    La giustificazione militare che è stata fornita per il ridispiegamento, nonostante sia sostenuta fermamente da tutte le fonti russe (anche quelle a volte critiche), appare francamente abbastanza debole. 
    Come più volte ripetuto, Kherson è uno snodo strategico sotto molti punti di vista, soprattutto in relazione alla Crimea per un verso, e ad Odessa per un altro. Non per caso è stata oggetto di una importante controffensiva ucraina, la scorsa estate, ed anche successivamente Kyev ha continuato ad esercitare una forte pressione su quel settore. E di tale rilevanza strategica, ovviamente, c’era piena consapevolezza anche da parte russa. Non si può comunque non notare che, come ampiamente riconosciuto, l’offensiva estiva ucraina si è risolta in un mezzo disastro, con gravissime perdite e pochi o nulli esiti sul piano dell’avanzata territoriale.
    Anche se, a seguito di quell’offensiva – e di quella, invece coronata dal successo, nella regione di Kharkiv – viene presa la decisione di procedere con la mobilitazione parziale di 300.000 riservisti, è altamente probabile che già allora Mosca avesse maturato la decisione di attuare il ridispiegamento messo poi in atto a novembre. Non a caso, quando Surovikin viene nominato comandante di tutte le truppe impiegate in Ucraina, ai primi di ottobre, parla immediatamente di “decisioni difficili” che saranno prese; col senno di poi, è chiaro che si riferisse proprio a questo.

    Quando, per dare un senso militare alla decisione, si fa riferimento a difficoltà di approvvigionamento, oppure alla minaccia di una possibile inondazione dell’area nel caso gli ucraini riuscissero a distruggere la diga di Kakhovka, si stanno con tutta evidenza fornendo deboli pretesti, per coprire una decisione che è chiaramente ed eminentemente politica.
    Per quanto riguarda la presunta difficoltà di rifornimento, se pure è certamente vero che il flusso deve passare attraverso il collo di bottiglia dei ponti sul fiume, è pur vero che questi non sono affatto pochi (a cavallo del ripiegamento, i russi ne hanno fatti saltare 5 o 6), e che comunque le linee di rifornimento per le truppe di prima linea passano sempre attraverso canali (stradali o ferroviari) soggetti alla minaccia da parte delle artiglierie nemiche. Che, in tanti mesi, non sono comunque riuscite a distruggere un solo ponte. E del resto, se si ha la consapevolezza dell’importanza strategica di quella posizione, e si teme la minaccia sulle linee di rifornimento, per cominciare ci si attrezza con una migliore copertura anti-missile.

    Anche la questione posta della costante pressione ucraina è insufficiente, per giustificare il ridispiegamento. È vero che pesa lo squilibrio numerico sul campo, con l’Ucraina che è in grado di schierare 3/4 volte la quantità di uomini impiegati dai russi, ma – al tempo stesso – non si può non sottolineare che l’addestramento delle truppe di Kyev è decisamente inferiore, e soprattutto di tipo individuale (2), che l’equipaggiamento è spesso assai eterogeneo (3), e che l’artiglieria russa – così come le sue forze aerospaziali – assicurano un’ottima capacità di interdizione e di appoggio tattico. Tant’è che, appunto, l’importante controffensiva ucraina d’estate si è infranta contro la resistenza russa. E nonostante nei mesi successivi si sia continuamente parlato di una nuova offensiva, questa in realtà non s’è mai verificata. In autunno, c’è stato solo un intensificarsi delle operazioni DRG (4), per sondare le difese russe.
    In ogni caso, dal momento che si fosse ritenuto decisiva – o comunque problematica – l’inferiorità numerica, la cosa più logica sarebbe stata innanzitutto predisporre linee difensive e fortificate, e poi concentrare nel settore almeno una parte significativa dei circa 80.000 uomini appena arrivati in zona di operazioni, a seguito della mobilitazione dei riservisti. Peraltro, non è che la riva destra fosse così sguarnita: secondo il ministero della difesa, il ridispiegamento ha interessato 30.000 uomini e 5.000 mezzi.

    L’argomento della possibile piena alluvionale, come conseguenza di un’ipotetica distruzione della diga di Kakhovka, è a sua volta debole. Una tale ipotesi, infatti, avrebbe avuto senso se le forze armate ucraine avessero, nel settore, una disposizione difensiva; in tal caso, l’allagamento sarebbe servito a rallentare e /o fermare un’imminente offensiva russa. Ma qui si trattava esattamente del contrario, essendo le forze armate russe attestate a difesa, mentre quelle ucraine cercavano spazio e modo per procedere all’attacco.
    Ma non solo le argomentazioni addotte per giustificare tatticamente il ripiegamento sono quanto meno insufficienti; quest’ultimo, infatti, ha addirittura dei pesanti risvolti negativi sul medesimo piano.
    L’arretramento della linea del fronte per alcuni chilometri non è ovviamente senza conseguenze. E se di certo è più facile difendere una linea del fronte segnata da un fiume importante, spostarla all’indietro si riflette sull’intero dispositivo militare retrostante. Tanto per cominciare, infatti, significa che l’artiglieria nemica diventa immediatamente capace di colpire obiettivi più in profondità, che prima non erano raggiungibili.
    In particolare, non solo l’artiglieria a lunga gittata ucraina sarà ora in grado di colpire l’istmo che collega con la Crimea, ma anche quella a più corto raggio può battere le retrovie russe. Ad esempio, e come conseguenza del ripiegamento, già l’importante base di Chaplinka è in via di smantellamento. Lì vi era non solo una base permanente e un aeroporto per elicotteri, da cui decollavano i Ka-52 d’attacco per supportare le unità nelle regioni di Kherson e Zaporozhye, ma anche un quartier generale di alto livello. L’abbandono di questo aeroporto influenzerà in modo significativo la qualità e l’efficienza del supporto aereo per le unità delle forze armate, e soprattutto Chaplinka non sarà l’unico. In un raggio di ~90 km dai missili GMLRS, sarà necessario ritirare tutte le posizioni critiche, le unità e le attrezzature. Per tacere del fatto che, ovviamente, sarà impossibile far rientrare in città gli abitanti di Kherson, se non al raggiungimento di un cessate il fuoco, senza esporli al quotidiano martellamento dell’artiglieria ucraina, ormai a poche centinaia di metri.

    Il piano strategico

    Se sul piano tattico il ripiegamento appare ingiustificato, ed addirittura controproducente, è ovviamente sul piano strategico che si mostra appieno il suo peso.
    È infatti evidente che non si tratta di una ritirata propedeutica ad una successiva avanzata, ma di una scelta strategica di fondo. L’arretramento su una linea segnata dal corso di un fiume, la distruzione dei ponti, la predisposizione di linee difensive alle spalle del fiume stesso, sono tutti segnali inequivocabili dell’intenzione di stabilizzare proprio lì questa linea del fronte. Senza dimenticare che il fiume è un ostacolo per entrambe. E se è vero che rende assai difficile per gli ucraini lanciare un offensiva verso sud, superando il fiume sotto il fuoco dell’artiglieria russa, è anche vero che lo stesso ostacolo si frappone alla possibilità, per le forze armate di Mosca, di riattraversare il fiume e muovere verso nord e verso ovest.

    In qualche modo, questa decisione russa mostra appieno una questione più ampia, e che – almeno apparentemente – hanno sinora ignorato tutti gli analisti, ovvero che l’arrivo del generale Surovikin segna sostanzialmente l’adozione pressoché uniforme di una attitudine difensiva sul terreno. Per quanto sia a nord-est, in direzione di Lyman, sia nell’ovest del Donetsk, in direzione di Bakhmut e Kramatorsk, le forze russe siano ancora all’offensiva, si tratta di avanzate lente e sanguinose. Mentre le forze aerospaziali hanno lanciato una efficace campagna d’attacco sulle infrastrutture del paese – però quasi esclusivamente concentrata su quelle energetiche (5), sulla linea di contatto non si evidenzia alcuna iniziativa di carattere strategico. Neanche l’arrivo dei primi 80.000 uomini di rinforzo ha determinato variazioni su questo piano. Nè vale, in merito, qualsiasi osservazione relativa alle condizioni meteo stagionali, che pur se effettive non sono tali da determinare una simile stasi. Del resto, che si tratti di un orientamento strategico e non tattico, si evince dalla costruzione di linee difensive (le linee wagner) lungo molti settori del fronte.

    È ovviamente sempre possibile che, se e quando arriveranno al fronte gli oltre 200.000 riservisti rimanenti (presumibilmente entro tre/quattro settimane al massimo), che dovrebbero quindi portare ad un totale di circa 400.000 uomini il dispositivo militare russo in Ucraina, ciò dia agio ed impulso ad una ripresa offensiva. Ma al momento i segnali sembrano andare appunto in un’altra direzione. Si potrebbe dire che la postura strategica russa è ora dispiegata, da un lato cercando di piegare la resistenza nemica colpendone le infrastrutture, e dall’altro attestandosi sostanzialmente a difesa dei territori liberati. Ed in effetti, negli ultimi 4/5 mesi si sono registrati ben pochi spostamenti significativi della linea del fronte, se si eccettua appunto la controffensiva ucraina su Lyman.
    Anche in zone cruciali, come il settore prossimo alla città di Donetsk, dove la vicinanza con la linea di contatto espone la città a quotidiani bombardamenti, non c’è stato modo di allontanare la minaccia (solo negli ultimi giorni, con la conquista di alcune posizioni, il fronte sembra essersi spostato leggermente più in là).

    Se si guarda al complesso dell’intero periodo di guerra, è interessante osservare come le forze armate russe abbiano occupato ampie zone di territorio ucraino – in una fase iniziale, nel nord-est del paese, e nel sud-ovest – per poi cederne la gran parte ritirandosi spontaneamente. Al di là delle ragioni politico-strategiche che hanno determinato alcune di queste scelte (e già esaminate altrove), è chiaro che qui siamo di fronte a qualcosa di diverso. La Russia, infatti, non ha mai avuto intenzione di occupare l’Ucraina (cosa del resto semplicemente impossibile, con i 120.000 uomini inizialmente impegnati), pertanto aveva pienamente senso ritirarsi dall’ampia fetta di territorio nordorientale, una volta venute meno le ragioni che avevano spinto a penetrarvi. Diversamente, il ridispiegamento nell’oblast di Kherson, che solo un paio di mesi fa era stato chiamato a votare per l’annessione alla Federazione Russa, ha tutt’altro senso e sapore. È, in un certo senso, un’auto-castrazione strategica.
    Questo arretramento, infatti, se pure consente (appunto…) una migliore disposizione difensiva, equivale a precludersi qualsiasi possibile iniziativa offensiva nel settore. In pratica, comporta la rinuncia a spingersi verso Odessa, e possibilmente un domani verso la Transnistria. È probabile che Mosca non abbia mai avuto veramente intenzione di spingersi tanto ad ovest, forse anche per evitare di giungere troppo da presso alle frontiere NATO, ma tenersi aperta questa possibilità aveva un indubbio vantaggio strategico, che ora è andato in fumo.
    In pratica, con questa scelta Mosca sta quasi facendo all-in sull’ipotesi di un negoziato. Se non dovesse andare, si troverebbe ancora una volta spiazzata.

    Il piano politico

    Per piano politico qui si intende non tanto il piano della politica, o della diplomazia, quanto il meta-livello, quello della strategia geopolitica globale.
    Si è detto più volte, in queste analisi, che l’interesse della Russia fosse comunque quello di chiudere prima possibile questa vicenda bellica, e per una serie di ragioni diverse. Ovviamente, questo risultato era ed è conseguibile esclusivamente su due diversi piani: quello militare, sul terreno, o quello politico-diplomatico, ad un tavolo di trattativa. La mossa di Kherson indica chiaramente che è stata scelta la seconda opzione. Anche qui, vi sono ovviamente varie ragioni che spingevano in questa direzione, non ultima quella che l’opzione militare avrebbe inevitabilmente condotto ad una brutale escalation, dalle conseguenze imprevedibili. E se certamente la NATO non ha alcuna intenzione né voglia di arrivare ad un confronto diretto con la Russia, altrettanto può dirsi per la Russia stessa.

    Quando il 24 febbraio Mosca dà il via all’operazione speciale, i suoi obiettivi sono sostanzialmente due: garantire la sopravvivenza del cuscinetto formato dalle repubbliche del Donbass, e costringere la NATO ad una trattativa sulla sicurezza in Europa. La demilitarizzazione dell’Ucraina poteva intendersi come parte di quest’ultima, mentre la denazificazione era da intendersi come un regime change a Kyev, che eliminasse gli elementi più russofobici.
    Quando diventa chiaro che questi obiettivi non sono perseguibili, perché la NATO non vuole, diventa di necessità modificarli, tarandoli sulla nuova situazione. E in questa prospettiva, stante lo status quo, Mosca può considerare di aver conseguito un successo ancora più grande, rispetto agli obiettivi iniziali.
    Ha acquisito alla Federazione territori importanti, corrispondenti a circa il 20% del territorio ucraino, tra l’altro i più ricchi, sia industrialmente che dal punto di vista delle risorse. Ha messo in sicurezza la Crimea, rafforzando il controllo sul mar Nero. Ha inferto un colpo durissimo alle forze armate ucraine, che avranno bisogno di anni per tornare ad essere una formazione efficiente. Ha messo in ginocchio il paese, che a sua volta necessiterà di una lunga fase di ricostruzione, prima di poter tornare a porsi come qualcosa di più che un vivaio di carne da cannone. Ha dimostrato di non recedere, di essere in grado non solo di tenere il punto, ma di reagire anche duramente. È stata capace non solo di reggere l’urto di sanzioni durissime, ma addirittura di riorientare efficacemente il proprio sistema economico-commerciale, passando senza danni dall’orientamento verso ovest a quello verso est, diversamente dall’Europa che invece accusa profondamente la rottura delle relazioni. Non solo ha respinto il tentativo di isolamento internazionale, messo in atto dagli USA, ma ha addirittura esteso e migliorato la sua rete di accordi economici e militari.

    Insomma, a conti fatti, ad oggi la Russia può vantare il conseguimento di un successo strategico globale, il cui costo è ancora accettabile. Da qui, quindi, approfittando anche dei segnali di stanchezza provenienti dall’Europa, e delle difficoltà americane, la scelta di giocare veramente una carta diplomatica.
    Anche perché non può non tener conto anche di altri due fattori, assai rilevanti.
    Innanzi tutto, la frattura con l’Europa, seppure tamponata trovando altri sbocchi commerciali, non solo ha comunque un costo in termini di mancato accesso a prodotti di alta tecnologia, ma rappresenta comunque un danno strategico, in quanto è l’asse Russia-Germania quello vincente, non quello Mosca-Pechino. E più la guerra va avanti, più il solco si approfondisce.
    E poi, last but not least, la guerra ha mostrato anche i limiti della capacità militare russa. Se, infatti, ha dimostrato sul campo di avere un considerevole potenziale in termini di armamenti strategici, una capacità dell’industria bellica più pronta e reattiva di quella occidentale, così come una resistenza all’attrito assai superiore a quella della NATO, si è anche evidenziato un limite non da poco: quei 120/130.000 uomini inizialmente impegnati, sono di fatto il massimo che è in grado di gettare prontamente in battaglia. Pur tenendo conto della vastità del territorio, da presidiare non solo alle frontiere, in particolar modo quelle calde del Caucaso e dell’Asia, così come dell’impegno in Siria, resta il fatto che – quando è emersa la necessità di rinforzare il dispositivo militare in Ucraina – l’unica scelta possibile è stata la mobilitazione dei riservisti, con la conseguenza che diventa operativa solo a distanza di mesi.

    Conclusioni

    Per come sembra si stiano mettendo le cose, si può affermare che si sta predisponendo il clima per aprire un processo che possa portare alla fine delle ostilità. Sarebbe illusorio pensare ad un processo veloce. Ci vorrà un certo tempo perché, sia Washington che Kyev, trovino la piena volontà di avviare un percorso di tal genere; e poi, successivamente, affinché si arrivi ad un non facile accordo. Parliamo necessariamente di mesi. Arrivare almeno ad un cessate il fuoco entro l’arco dei dodici mesi dall’inizio della guerra sarebbe già un ottimo risultato.
    Tutto ciò, naturalmente, sempre che non intervengano fattori capaci di inceppare il cammino, rallentando o bloccando del tutto il processo.
    Non è possibile prevedere, ad esempio, quale possa essere la reazione dell’estrema destra nazista, ad una prospettiva di tal fatta – che, inevitabilmente, significa congelamento della situazione sul terreno. Né quella delle stesse forze armate, che sono ampiamente permeate dal medesimo nazionalismo tossico. Per quanto l’influenza, per non dire il controllo, esercitato dagli USA sul governo Zelensky sia praticamente totale, non si può escludere che ci possano essere reazioni di rigetto da parte di settori militari. Diciamo pure che è un classico delle destre, la reazione a quella che verrebbe considerata una resa ed un tradimento.
    Del resto, ancora in questi giorni, secondo il New York Times, “ci sono sempre più indizi da parte delle truppe a terra e dei volontari vicini a loro che gli ucraini si stanno preparando per una nuova offensiva terrestre a sud attraverso la regione di Zaporozhye verso Melitopol”.

    Ugualmente non sappiamo come, ed in quale misura, una opzione di questo genere verrebbe presa in Gran Bretagna, dove sia le spinte oltranziste, sia la tendenza a fare un po’ da sé, sono ben radicate; e come sappiamo, sono molto ben collegati con i servizi segreti ucraini. Già pare che stiano tramando in Moldova, magari per innescare qualche provocazione con la Transnistria. Del resto, in ambienti NATO non tutti sono d’accordo nel chiudere la partita, e vorrebbero trascinare ancora il conflitto.
    In ogni caso, se tutto va bene potremo parlare – come detto – di fine delle ostilità. La pace è tutt’altra cosa, ed è ben lontana dall’essere anche solo in vista.


    1 – Il che non significa che vi fosse da anni l’intenzione di avviare l’Operazione Speciale Militare; come è prassi presso tutti gli stati maggiori, compresi quelli occidentali della NATO, la preparazione di piani operativi relativi ad una serie di scenari possibili, è parte integrante dell’attività strategica.

    2 – La necessità di fronteggiare l’offensiva russa, e quella di ripianare le pesanti perdite nelle varie unità, ha fatto sì che l’addestramento delle reclute – sia in patria che all’estero – avvenisse molto più rapidamente (4/5 settimane, invece che 12/14 come da standard), e soprattutto che gli uomini venissero poi inviati laddove necessario per reintegrare le fila dei reparti. Ciò ha comportato, appunto, che l’addestramento fosse non solo insufficiente, ma soprattutto a livello di capacità individuale, essendo di fatto impossibile procedere ad un addestramento tattico a livello di unità.

    3 – Poiché le dotazioni inziali dell’esercito ucraino, così come la prima ondata di rifornimenti occidentali (prevalentemente mezzi di produzione ex-sovietica), si è presto esaurita, l’equipaggiamento è via via diventato sempre più basato su armi (sistemi anticarro ed antimissile) e mezzi (artiglieria, corazzati per il trasporto truppe) provenienti da svariati eserciti occidentali, a loro volta distribuiti ai reparti secondo la medesima logica tappabuchi. Il che ha appunto prodotto una grande eterogeneità di mezzi ed armamenti, anche all’interno della medesima unità, con evidenti difficoltà logistiche (munizionamento, riparazione, coordinamento).

    4 – Con il termine gruppo di sabotaggio e ricognizione (in russo: Диверсионно-разведывательная группа, ДРГ, traslitterato: Diversionno-razvedyvatel’naâ gruppa, DRG) si intende una formazione militare creata temporaneamente nella struttura delle forze speciali, utilizzata per il sabotaggio e la ricognizione dietro le linee nemiche in situazioni di guerra, con l’obiettivo di disorganizzare le retrovie, distruggere o disabilitare temporaneamente strutture industriali-militari, trasporti e comunicazioni, e raccogliere informazioni sul nemico.

    5 – Colpisce, in particolare, la scarsa o nulla concentrazione di fuoco sul sistema ferroviario, in particolare su quelle linee che sono utilizzate per portare in Ucraina i mezzi forniti dalla NATO, e su quelle per poi smistarle ai reparti al fronte. Una disattenzione simile anche per i ponti che si trovano alle spalle delle linee ucraine; per quanto si voglia ammettere la riluttanza a colpire infrastrutture che impattano anche sulla vita civile, è evidente che c’è un di più. Molto probabilmente legato ad un intreccio di interessi, convergenti nel mantenere aperte vie di comunicazione commerciale tra la Russia e l’occidente europeo.

  • Giallo Kherson

    C’è stata una improvvisa accelerazione nelle vicende della guerra ucraina, determinata dalla decisione russa di ritirarsi dalla riva destra del Dniepr nella regione di Kherson, che proviamo ad analizzare – fermo restando che, allo stato attuale delle cose, possiamo solo fare delle ipotesi.

    Si è più volte parlato della città di Kherson, anche su queste pagine, proprio perché in effetti si tratta di un nodo strategico fondamentale, nell’ambito della campagna russa in Ucraina. Come si ricorderà, la città fu oggetto di una controffensiva ucraina questa estate, che però – a parte qualche marginale successo – non riuscì a determinare alcun cambiamento significativo del fronte, ed oltretutto comportò un elevato numero di caduti e di perdite in mezzi ed armamenti, per le forze attaccanti. Da allora, si è continuamente parlato di una nuova, imminente offensiva per cercare di riprendere la città, ma nonostante una serie di segnali in tal senso – soprattutto l’accumulo di forze nel settore, in buona parte mercenari ben addestrati – questa non si è mai concretizzata. Al contrario, questo settore del fronte è rimasto sostanzialmente stabile, proprio a partire dal fallimento dell’offensiva ucraina. E ciò mentre invece gli altri fronti hanno continuato a mantenere una certa dinamicità; a nord, nel settore di Kharkiv-Lyman, le forze russe hanno rosicchiato qua e là, recuperando parte dei territori persi durante la fortunata controffensiva ucraina d’estate, e continuano a cercare di riprendere Lyman. Ugualmente, le forze armate russe hanno ripreso con vigore l’offensiva per cercare di liberare la restante parte del Donetsk ancora sotto controllo ucraino, e pur muovendosi in un territorio altamente fortificato, e quindi con la necessità di combattere praticamente casa per casa, non hanno smesso di avanzare. Nell’oblast di Zaporizjia gli ucraini non hanno smesso di tentare gli assalti contro la centrale nucleare di Enerdogar, attraverso il largo bacino idrico creato dal Dniepr. Solo nel settore di Kherson non si è più registrato nulla di significativo.

    L’importanza strategica della città

    Kherson è strategicamente importante, e per più di una ragione. Innanzi tutto, chi controlla la città è in grado di minacciare i collegamenti con la Crimea. La sua posizione, inoltre, ne fa un baluardo, da cui è possibile partire – o, al contrario, per impedirlo – alla conquista del sud-ovest ucraino, con Odessa e sino alla Transnistria. Il fatto poi che si trovi a cavallo del Dniepr, a valle del grande bacino che fa da confine tra gli eserciti nella regione di Zaporizjia, significa avere il controllo di questa importante via d’acqua verso il mar Nero. Non a caso, i russi hanno pensato bene di conquistarla sin dai primi giorni del conflitto, così come gli ucraini hanno cercato di riprendersela.
    Vale la pena rimarcare che, come già detto, a questo tentativo gli ucraini sono stati disposti a pagare un prezzo molto elevato, così come che – nonostante una grande inferiorità numerica – i russi siano stati in grado di respingere ogni tentativo ucraino, infliggendo appunto gravi perdite. E questo quando il rapporto di forze, non solo nel settore, era fortemente sbilanciato in favore degli ucraini. Non per caso, fu proprio dopo le due controffensive estive (quella contro Lyman, coronata dal successo, e quella contro Kherson, fallita) che a Mosca è stata presa la decisione della mobilitazione parziale.
    Sappiamo che, proprio a seguito di questa decisione, negli ultimi tempi sono giunti al fronte circa 80/90.000 uomini (e relativi mezzi…), che certo non sono stati concentrati tutti in un solo settore ma che, in qualche misura, devono aver rafforzato anche quella regione. Per tacere del fatto che, nel giro di 30/40 giorni dovrebbero arrivarne oltre 200.000, terminato il periodo di riaddestramento.

    Riassumendo, quindi, la situazione generale potrebbe essere riepilogata in questi termini: le forze armate russe stanno conducendo una dura campagna aerea contro le infrastrutture ucraine, creando forti difficoltà alla mobilità ferroviaria ed all’attività industriale e di riparazione (per limitarsi agli effetti più evidenti sul piano militare); sia pure in modo diversificato, e senza gradi spostamenti del fronte, sono all’offensiva pressoché sull’intera linea di contatto, ed anche laddove sono gli ucraini ad avere l’iniziativa continuano ad infliggergli gravi perdite; tutto il dispositivo militare al fronte è stato rafforzato, ed è imminente un ulteriore, significativo rafforzamento. Insomma, una situazione di indiscutibile vantaggio strategico.
    In questo quadro, stante l’evidenza di un interesse ucraino a riconquistare Kherson – peraltro più volte riaffermata da Zelensky – è impensabile che un generale esperto come Surovikin abbia sottovalutato la minaccia, e quindi non abbia provveduto per tempo a rafforzare le difese laddove necessario. Oltretutto, sia l’attacco al ponte di Kerch che quello alla base navale di Sebastopoli, hanno mostrato chiaramente che l’interesse ucraino (ed ancor più della NATO, che del Donbass se ne frega, ma al mar Nero ci pensa eccome) è rivolto principalmente alla penisola, e quindi l’importanza strategica della città ne risulta ancor più evidente.

    C’è un dietro le quinte?

    Eppure, qualcosa accade. O meglio, non accade. L’offensiva ucraina, più e più volte annunciata, non arriva; gli analisti ritenevano che quanto meno sarebbe scattata a ridosso delle elezioni di midterm, per supportare in qualche modo l’amministrazione Biden, ma così non è stato. E ciò nonostante, tra settembre ed ottobre, non solo sono continuati gli invii di armi occidentali, ma è aumentato l’impegno generale della NATO e dell’Unione Europea – sia in termini economici che di addestramento – si è fatto più stringente l’azione dei servizi di intelligence, soprattutto britannici, e – last but not least – sono rientrati in Ucraina i 10.000 uomini del contingente addestrato in Gran Bretagna. C’erano, insomma, tutte le premesse perché scattasse l’offensiva. E invece, appunto, nulla.
    Quando Surovikin decide di far evacuare i civili dalla riva destra della città, sembra essere una misura presa proprio in vista di una grande battaglia; stante comunque la superiorità numerica ucraina, appariva possibile che prendesse in considerazione l’eventualità di un iniziale sfondamento, e quindi la necessità di rinculare con le truppe verso la città. Il rischio che, alla fine, ci si trovasse a combattere proprio per le strade di Kherson, sembrava una buona ragione per questa scelta drastica.
    Va notato, comunque, che nonostante la città di Donetsk sia molto più prossima alla linea di contatto, e sia quotidianamente bombardata dagli ucraini, non è stata mai avanzata la necessità di evacuarla.

    Qualcosa di strano è cominciato a farsi strada, quando è filtrata la notizia che sarebbero stati evacuati i civili anche dalla riva sinistra, e soprattutto quando si è saputo che si stavano predisponendo delle linee difensive fortificate proprio da questo lato del fiume, alle spalle della città. Insomma è singolare che, in un momento in cui la situazione strategica è tornata a pendere in favore dei russi, e quella tattica nel settore non presenta particolari novità – se non, appunto, un rafforzamento dello schieramento russo – si assumano decisioni apparentemente improntate ad una francamente eccessiva preoccupazione, diremmo pure ad una sopravvalutazione del nemico.
    Finché arriva addirittura la notizia che le forze armate russe lasciano completamente la parte a destra del Dniepr dell’intero settore, compresa quindi la parte di città che si trova su quella riva, e che questa nel giro di pochi giorni sarà occupata dalle forze ucraine.
    Va notato che, pressoché contemporaneamente, da Kyev viene fatta filtrare la notizia che Zelensky ha dato ordine di riconquistare la città prima del 15 novembre, in modo che possa presentarsi al G20 indonesiano da vincitore. Per quanto ormai siamo abituati alle sparate del leader ucraino, è evidente che questa nasce dalla consapevolezza che i russi si ritireranno. Quindi non solo gli ucraini lo sanno, ma in qualche modo la cosa appare addirittura concordata. Anche l’espressione usata per comunicare la decisione (“Kherson will come under the control of the Armed Forces of Ukraine”) è rivelatrice di un agreement. Del resto, se così non fosse, approfittando della propria superiorità numerica gli ucraini attaccherebbero il nemico in ritirata, amplificando al massimo l’impressione del successo militare.
    Del resto, le giustificazioni addotte sono abbastanza singolari, in quanto si parla di difficoltà nel mantenere rifornite le truppe che si trovano al di là del fiume. Difficoltà che non sono mai emerse prima, nemmeno durante la controffensiva ucraina d’estate, e che sinceramente appaiono quanto meno discutibili; anche a voler considerare la parziale interruzione del ponte di Kerch, non si vede quale difficoltà ci sarebbe nel far pervenire il necessario sulla riva destra, visto che ovviamente può arrivare tutto via terra attraverso il Donetsk. Del resto, a dimostrare la fragilità dell’argomento, sta il fatto che sono stati proprio i russi, il 9 novembre, a far saltare i ponti sul Dniepr, a Tyaginsky, Darevsky e Novovasilyevsky.

    Altra cosa assai singolare, non solo la decisione di ritirarsi così profondamente (senza che ci fosse una effettiva ed impellente necessità militare) è stata comunicata ai massimi livelli – oltre Surovikin, anche il ministro Shoigu – ma, cosa ancor più rara, persino due personaggi solitamente assai critici con tutto ciò che può apparire come un cedimento, ovvero il ceceno Khadirov e Prigožin, il capo della PMC Wagner, si sono affrettati a dire che condividono la decisione, che anzi dimostra la saggezza del generale Surovikin, ed altre fonti vicine alle forze armate hanno ribadito che la decisione è di natura strettamente militare, non politica. È evidente che negare la politicità di una scelta del genere è esattamente la conferma che, invece, essa è di natura eminentemente politica. E del resto, non potrebbe essere diversamente.
    Questa, infatti, non è una scelta tattica, una ritirata momentanea, ma strategica e definitiva. Se la Russia si ritira dalla riva destra del Dniepr, un domani sarebbe estremamente complicato riprendersela. È pur vero che, sin dall’inizio del conflitto, molti analisti ritenevano che i russi non intendessero spingersi oltre il Dniepr, facendone di fatto una linea di confine – almeno per la parte meridionale del suo corso. Ma è anche vero che neanche due mesi fa si è voluto accelerare il processo referendario, e di certo gli abitanti di Kherson non pensavano – votando a favore dell’annessione alla Federazione Russa – che poco dopo si sarebbe trovati definitivamente allontanati dalla propria città. Sul piano della credibilità verso le popolazioni russofone, è comunque la si guardi un duro colpo.

    Questa rinuncia, dunque, deve avere un alto valore su altri piani, tale da giustificare una mossa che, per quanto la si voglia giustificare, apparirà come un segnale di debolezza – e come tale sarà sbandierata in tutto l’occidente. Ovviamente, le voci dicono che questo è il prezzo per aprire una trattativa. Che ci sarebbero state discrete pressioni americane su Zelensky in tal senso, anche in virtù del fatto che si temevano i contraccolpi sia del voto di midterm (anche se sembra essere meno disastroso del previsto), sia della crescente difficoltà e stanchezza degli alleati europei. Peraltro, anche gli USA stessi cominciavano ad essere un po’ in affanno, con le forniture militari a Kyev.
    Se questo è il disegno che sta dietro questa ritirata, immagino che a Mosca abbiano valutato bene quel che stanno facendo. Perché ci sono almeno due precedenti che dimostrano come la disponibilità russa sia usata per guadagnare tempo. Già gli accordi di Minsk, come dichiarato dallo stesso Poroshenko, furono intesi esattamente come un modo per riorganizzarsi militarmente, e prepararsi a tornare all’attacco del Donbass. Certamente, quel periodo è stato sfruttato dalla NATO per preparare le forze armate ucraine alla futura proxy war con la Russia.
    Ugualmente, quando a marzo i russi si ritirarono spontaneamente sia dalla periferia di Kyev, sia dalla regione di Sumy ad est, lo fecero anche nella convinzione che questo potesse agevolare i primi tentativi di dialogo, tra Ankara e Minsk. Come sia andata a finire, lo sappiamo bene.

    Se, dunque, cedere un pezzo di territorio (che comunque agiva da protezione per la Crimea ed il fianco sud degli oblast di Zaporizjia e Donetsk) è una mossa in vista dell’apertura di un tavolo di trattativa, per un verso non si può non essere contenti che si ponga fine alla guerra, ma dall’altro non si può perdere di vista il quadro generale, con tutti i contraccolpi del caso.
    La prima domanda, infatti, è: e dopo? Cosa accadrà, se da parte di Kyev si manifestasse (con prevedibilissima arroganza) una disponibilità a tornare al tavolo? Ovvio che la situazione dovrà essere congelata, il che significa rinunciare a pezzi dei quattro oblast annessi, ancora in mano ucraina. Significa fare di Kherson una sorta di Berlino fluviale degli anni del Muro. E soprattutto, il rischio è che tutto questo non porti ad alcun esito sulla questione essenziale, ovvero un trattato sulla sicurezza in Europa. Perché gli Stati Uniti è facile che passino la palla agli ucraini, come se fosse una faccenda regionale, da sbrigare tra Kyev e Mosca. Insomma, tanta fatica – e tanto sangue – per niente?

    Tra l’altro, sinora proprio gli ucraini non sembrano granché convinti: secondo un comunicato delle forze armate di Kyev, infatti (“Ukrainian operational headquarters ‘South’ believes that the retreat of the RF Armed Forces from Kherson may be part of an information-psychological operation to mislead the Armed Forces of Ukraine – speaker of the Operational Command ‘South’ Natalya Gumenyuk”) si attribuisce alla ritirata russa il significato di una operazione di psy-ops per ingannare l’esercito ucraino. E resta poi da vedere come reagirebbero le formazioni neonaziste che sostengono Zelensky, e che sono molto ben radicate ai vertici delle forze armate e dei servizi di sicurezza. Per non parlare del fatto che gli obiettivi dichiarati dell’operazione speciale – demilitarizzare e denazificare – sarebbero clamorosamente mancati. Gli ukronazi sono ancora tutti lì (anzi, i russi gli hanno anche restituito quelli catturati), ed il giorno dopo la firma di un armistizio la NATO si fionderà a rimettere in piedi l’esercito ucraino.

    Dal punto di vista di Mosca, c’è il rischio significativo che una vittoria militare di fatto si trasformi in una sconfitta politico-diplomatica. Ma tutto ciò è – al momento – del tutto ipotetico. Staremo a vedere cosa accade nelle prossime settimane. Se, cioè, la ritirata da Kherson sia una mossa politica, per aprire uno spiraglio di trattativa, o se invece sia realmente una mossa militare, funzionale a migliorare la capacità offensiva russa. Se la campagna d’attacco alle infrastrutture ucraine rallenta ulteriormente, se l’arrivo dei nuovi reparti non determina una maggiore incisività offensiva, se l’Ucraina darà segnali di apertura, vuol dire che si voleva arrivare a questo. E forse non è un caso che Macron rilanci proprio adesso la necessità di garantire la sicurezza in Europa, quasi ci fosse un ammiccarsi a distanza.
    La Russia, in ogni caso, non può permettersi il lusso di perdere di vista il quadro globale, la portata dello scontro ben oltre la sua dimensione militare.
    Il mondo guarda Mosca e Washington, ed una mossa sbagliata può far pendere la bilancia da una parte o dall’altra.

  • Linee di frattura

    Senza tanto apparire – anche perché i media occidentali hanno tutto l’interesse di nasconderlo – ma qualcosa sta realmente cambiando nella guerra in Ucraina. Si stanno delineando due linee di frattura, potenzialmente capaci di incrinare, forse definitivamente, la resistenza di Kyev, e quindi aprire una prospettiva – quantomeno – di cessazione delle ostilità. Perché ciò possa eventualmente determinarsi, sarà però necessario attendere almeno sino all’estate del prossimo anno.

    Un cambio di passo

    A partire dall’autunno, il conflitto ucraino ha registrato una serie di eventi significativi, ma di cui forse non s’è sinora colto il senso complessivo, distratti più che altro dal loro valore immediato, diciamo pure dal loro impatto mediatico. Eppure è proprio mettendoli in prospettiva che si riesce a coglierne il valore strategico, e quindi il loro impatto bellico.
    I principali tra questi eventi sono stati, indubbiamente, la mobilitazione parziale in Russia, gli attacchi al ponte di Kerch ed alla base navale di Sebastopoli, l’intensa campagna missilistica sull’Ucraina.
    La mobilitazione russa, che subito i media legati alla NATO hanno presentato come un fattore di debolezza, addirittura parlando di chissà quali fughe di massa dei reclutandi (1), è in effetti uno degli elementi che peseranno profondamente sull’andamento del conflitto, ma che ancora non ha dispiegato il suo potenziale. Com’è nella sua tradizione militare, e come ha dimostrato costantemente in questi mesi di guerra, la Russia non si muove mai di fretta. Per quanto il momento in cui è stata assunta la decisione fosse di difficoltà sul terreno (con il forte arretramento e la perdita di Lyman, nell’oblast di Kharkiv, ed il permanere della notevole pressione ucraina sul fronte di Kherson), la scelta è stata quella di completare per bene l’addestramento dei mobilitati – che, ricordiamolo, sono comunque tutti ex militari – tant’è che ad oggi, su 300.000 uomini richiamati alle armi, solo 87.000 sono stati schierati lungo il fronte, di cui meno della metà in prima linea.
    Ciò significa che, come del resto avevamo ampiamente previsto, il pieno dispiegamento operativo di questa forza non si registrerà prima della fine del mese / inizi di dicembre. Di conseguenza, tenendo anche conto che ormai l’inverno lì è già pienamente arrivato, con nevicate anche in pianura, non c’è da attendersi a breve termine grandi rovesciamenti del fronte, e soprattutto grandi e veloci manovre di sfondamento. Di fatto, però, con il sostanziale ribaltamento dei rapporti numerici, la lenta progressione russa sull’intero fronte è da ascrivere alle lecite aspettative.

    Le due spettacolari azioni contro la Crimea, per quanto appunto siano state mediaticamente – e se vogliamo anche simbolicamente – tali, non hanno però conseguito risultati militari. Il ponte è rimasto in piedi, nel giro di poche ore aveva già ripreso a funzionare, sia pure a traffico limitato, e già dopo un paio di giorni era stato ripristinato il traffico ferroviario. Del resto, per quanto sicuramente la Crimea abbia funzionato, e tuttora funzioni, come retrovia profonda della prima linea meridionale, l’eventuale interruzione del ponte non avrebbe determinato alcun significativo stop al flusso logistico, che avrebbe potuto comodamente continuare a giungere attraverso il Donetsk.
    A sua volta, l’attacco con droni alla base di Sebastopoli – portato a termine sfruttando anche il canale navale sicuro per il trasporto del grano – non ha a sua volta prodotto danni significativi, semmai dimostrando che le difese russe nel settore sono state messe a punto decisamente meglio, rispetto ai giorni dell’affondamento del Moskva.
    In entrambe i casi, peraltro, è risultato chiaro il coinvolgimento diretto dei servizi e delle forze speciali britanniche, che del resto sembrerebbero coinvolte direttamente anche nel sabotaggio degli oleodotti North Stream 1 e 2.
    Le operazioni ucro-britanniche contro la Crimea, però, non sono un buon segnale, né per Kyev né per la NATO; ciò non solo per lo scarso o nullo risultato bellico, ma soprattutto perché sono indice di una difficoltà ad ottenere risultati sul campo di battaglia. Pur nella modestia degli esiti, infatti, avrebbero potuto assumere un diverso peso se fossero avvenute in concomitanza con una incisiva capacità operativa delle truppe sul terreno, mentre così attestano più che altro la necessità di bilanciare altrimenti le difficoltà lungo la linea di contatto, e soprattutto la dipendenza pressoché totale dal supporto NATO pur di giungere ad una qualche risultato, sia pure solo propagandistico.

    La campagna d’attacco contro l’intero territorio ucraino, condotta con un massiccio impiego di missili balistici e da crociera, da terra dall’aria e dal mare, nonché da un considerevole numero di loitering munitions (munizioni circuitanti, i cosiddetti droni kamikaze), che in un primo momento era sembrata essere una risposta all’attacco contro il ponte, va invece avanti da un mese ed ha una doppia valenza: da un lato, strettamente militare, mettendo in difficoltà la logistica ucraina, e dall’altro psicologica, mettendo la popolazione delle principali città del paese di fronte alla realtà brutale della guerra, quella che gli abitanti del Donbass affrontano da otto anni. Questa campagna, per quanto ancora limitata, sta determinando grosse difficoltà per l’Ucraina, destinate a riflettersi anche sulle relazioni politiche con i paesi amici che la sostengono. Non è un caso che, mentre da un lato Kyev rivendica quotidianamente di aver abbattuto più vettori di quanti ne siano stati lanciati, richieda disperatamente a tutti l’invio di sistemi anti-missile.
    Va rilevato che questo quotidiano martellamento sta prendendo di mira sostanzialmente la rete di distribuzione elettrica del paese, soprattutto le sottostazioni. In tal modo, anche se l’impatto è notevole – e visibile… – la capacità produttiva di energia elettrica (del resto in parte sostenuta dalle centrali nucleari di Rivne e Khmelnytskyi) rimane essenzialmente integra. I maggiori effetti, infatti, si riverberano sull’illuminazione pubblica e privata, sull’alimentazione delle industrie, ed in parte sulla rete internet, oltre che sulla distribuzione idrica. Sul piano militare, l’impatto è soprattutto sulla capacità di trasporto ferroviario, soprattutto perché l’Ucraina scarseggia di motrici diesel.
    In ogni caso, non si può non sottolineare che, ancora una volta, la modalità offensiva russa eviti di colpire massicciamente obiettivi che avrebbero un ben più importante impatto sul piano bellico, ma che al tempo stesso danneggerebbero pesantemente le infrastrutture del paese. Non vi è sostanzialmente traccia, infatti, di attacchi a ponti stradali e ferroviari, a stazioni e nodi ferroviari, alle maggiori linee stradali di comunicazione.

    Collasso?

    Fondamentalmente, l’attacco all’infrastruttura elettrica dell’Ucraina si ripercuote su svariati piani, ben oltre quello strettamente militare. Innanzitutto, com’è ovvio, va a stressare la resistenza psicologica della popolazione, su cui già mordono le successive mobilitazioni (anche delle donne) militari, e ovviamente le enormi perdite registrate al fronte. E questo è un fattore decisivo per la leadership di Zelensky, perché nonostante il supporto statunitense, lo scarto enorme tra la sua propaganda vittoriosa e la realtà effettiva della guerra si fa più evidente, e non può che incrinarne il consenso. Incide inoltre sulla capacità economica del paese, perché rallenta o ferma le attività produttive, rende impossibile continuare con l’esportazione verso l’Europa di energia elettrica, e sostanzialmente mette a dura prova una struttura statale – già profondamente segnata dalla corruzione ben prima del conflitto – che al crescere delle difficoltà, nonché all’allontanarsi delle illusorie prospettive di vittoria, scivolerà sempre più verso il si salvi chi può. Le sempre più numerose e precise segnalazioni sul traffico d’armi (da ultimo, la scoperta di un elicottero da combattimento pronto per essere imbarcato ad Odessa), stanno ad indicare che anche adesso, e persino nelle forze armate, la ricerca del profitto personale, pur in una condizione di grave carenza di mezzi, prevale sul patriottismo.

    Se, com’è prevedibile, la campagna missilistica continuerà anche durante i prossimi mesi, l’inverno approfondirà tutte le contraddizioni presenti all’interno della società e dello stato ucraino, potendo potenzialmente portare a spaccature ben più profonde e visibili. Ad oggi, le fonti ufficiali ucraine stimano che gli attacchi russi abbiano messo fuori uso il 40% del sistema elettrico nazionale. A questi ritmi, un altro mese significa arrivare al 70/80%, in pratica lo stop totale. Quanto potrebbe resistere il paese, in pieno inverno, in queste condizioni? Quali e quante potrebbero essere le spinte che si manifesterebbero, all’interno degli apparati statali e militari, oltre che nella società civile? È evidente che, in mancanza di risposte concrete, o quanto meno di credibili speranze, gli oltranzisti si troverebbero in difficoltà; e se da un lato comincerebbero ad affacciarsi pressioni per andare verso una trattativa, dall’altro è ben possibile che gli irriducibili nazionalisti potrebbero provare a scalzare l’attuale dirigenza politica, assumendo direttamente il controllo del paese e spingendolo ancora più oltre – probabilmente, con l’appoggio degli ultras della NATO, britannici in testa.

    Senza denari non si canta messa

    In tutto ciò, c’è come un grande assente, qualcosa che c’è e non  c’è come la fata Morgana… Che fine ha fatto l’offensiva ucraina su Kherson? La davano tutti per scontata per il mese di ottobre, comunque certamente prima delle elezioni di mid-term, ed effettivamente le premesse sembravano esserci tutte. I 10.000 militari ucraini addestrati in Gran Bretagna erano rientrati, c’era una grande concentrazione di mercenari in quel settore del fronte, le operazioni di reparti DRG (2) ucraini si susseguivano… persino – cosa ancor più significativa – i russi hanno evacuato gli abitanti della riva destra della città di Kherson e – pare – ora stiano evacuando anche quelli della riva sinistra. Insomma, tutto i segnali sul terreno indurrebbero ad aspettarsi che l’attacco fosse sferrato già da un po’. Invece nulla.
    In effetti, era trapelato un certo malumore da parte delle formazioni di mercenari, che dovrebbero costituire la prima linea, a quanto pare insoddisfatte della copertura prevista. Ma, secondo le ultime indiscrezioni, parrebbe che l’offensiva non ci sarà proprio più – e ciò nonostante Kherson sia il nodo più strategico di tutti, in questa fase della guerra, e tutto sommato anche il più esposto, trovandosi a pochi chilometri dalla linea del fronte.

    La notizia va presa con le molle, perché ovviamente potrebbe essere parte di una strategia di disinformazione, messa in atto proprio per favorire l’attacco; così come, del resto, anche l’evacuazione di Kherson potrebbe rispondere ad una strategia simile ma speculare, per indurre gli ucraini ad attaccare, attirandoli invece in una trappola. Di questo, avremo contezza nel giro di un paio di settimane al massimo. Di certo, l’unico fattore su cui potevano contare gli ucraini era quello della superiorità numerica, oltretutto – per una volta – con una buona quantità di truppe ben addestrate. Temporeggiare ha dato modo ai russi di far confluire un primo robusto contingente di truppe fresche, mentre nel giro di qualche settimana arriverà il grosso dei mobilitati e dei volontari – equivalenti a circa 225/230.000 mila uomini. In pratica, un raddoppio netto – sull’intera linea di contatto.
    È vero che, nel frattempo, i russi hanno ripreso l’iniziativa, sia verso nord, dove stanno rosicchiando un po’ alla volta il terreno perso quest’estate, puntando a riprendersi Lyman, sia soprattutto sul fronte centrale, dove stanno per accerchiare Ugledar, combattono casa per casa a Bakhmut, e stanno per arrivare a Malinka, un’altra delle cittadelle fortificate che difendono quel settore. Gli ucraini hanno dovuto spostare lì delle riserve, per contenere l’avanzata russa, consapevoli che si tratta un po’ del loro ventre molle; se infatti i russi dovessero sfondare in quel settore del fronte, non avrebbero praticamente più ostacoli, e potrebbero dilagare verso ovest, tagliando fuori tutto il concentramento di truppe che premono su Kherson.

    Secondo quanto si apprende, come detto prima, la ragione del mancato avvio dell’offensiva – anzi, del suo definitivo accantonamento – sarebbe molto semplice, e troverebbe riscontro con quanto si sapeva precedentemente, riguardo le reticenze dei mercenari. In effetti, gli ucraini non sarebbero in grado di concentrare lì una quantità sufficiente di artiglieria, e di sistemi anti-missile di copertura, necessari sia alla preparazione dell’attacco, sia al fuoco di controbatteria. Com’è noto, invece, la Russia mette in campo una notevole quantità di unità d’artiglieria, e soprattutto è in grado di reggere un volume di fuoco continuativo straordinario. Senza una sufficiente copertura, quindi, un eventuale attacco ucraino sarebbe destinato al massacro.
    Il punto è che, come già segnalato in passato, ormai l’armamento delle forze armate di Kyev dipende interamente dalle forniture occidentali, che sono ormai pressoché giunte ad esaurimento. In certi casi, ci sono reparti ucraini equipaggiati con cannoni trainati della seconda guerra mondiale… Inoltre ci sono grossi problemi con il munizionamento. I tedeschi, sia pure a malincuore, hanno fornito i carri antiaerei Gepard, ma il munizionamento è prodotto dalla Svizzera, che rifiuta la consegna all’Ucraina per via della propria neutralità. L’Italia sta inviando i suoi obici semoventi M109L, ma non ha sufficienti munizioni da inviare. La grande varietà di proiettili da 155mm, non tutti utilizzabili da qualsiasi obice di quel calibro, sta generando grande confusione nella logistica, che non è abbastanza preparata a gestire gli standard NATO, col risultato di ridurre fortemente la capacità di utilizzo…

    Insomma, i nodi stanno venendo al pettine. La verità, qui più volte segnalata, che la NATO non è attualmente attrezzata per una guerra d’attrito con la Russia, sta venendo prepotentemente alla luce. E senza armi non si combatte. Anche gli Stati Uniti, i più generosi in assoluto, per ovvi motivi, hanno esaurito la propria disponibilità in molti settori chiave, ed ormai ogni annuncio di nuove forniture è in effetti una promessa, poiché si tratta di armamenti e mezzi che vengono ordinati all’industria bellica americana, e che verranno consegnati – quando va bene – nel corso del 2023. L’Italia è già arrivata al capolinea, e non è più in grado di inviare null’altro che armamento leggero. La Germania nicchia, e comunque il parlamento ha votato per non aumentare le forniture – in pratica, per non dare null’altro che mezzi non offensivi.
    E questo è il secondo, enorme problema che si pone all’Ucraina ed alla NATO. Il ritmo di consumo del conflitto è così intenso ed elevato, che la capacità occidentale di sostenerlo s’è già esaurita, mentre quella russa non accenna minimamente ad allentare. Inevitabilmente, quindi, per gli ucraini non resta che rinunciare a qualsiasi offensiva significativa, perché avrebbe comunque un costo insostenibile, e ripiegare su una strategia difensiva lungo tutta la linea, sperando che l’inverno li aiuti a contenere la pressione russa, destinata ad aumentare considerevolmente tra gennaio e febbraio, almeno fintanto che arrivino i primi ordinativi da parte dell’industria bellica americana.

    I russi, per parte loro, sono chiaramente intenzionati a voltare pagina quanto prima. Naturalmente, ormai sono in ballo e non si tireranno indietro, ma la partita preferirebbero chiuderla prima della prossima estate. Per questo, nonostante tutto, continuano a mandare segnali di disponibilità. Difficilmente la NATO potrà evitare che, con l’arrivo della primavera, e la ripresa della piena mobilità sul campo, il raddoppio del potenziale russo sul fronte – che non è solo di uomini, ma anche di mezzi – non faccia sentire il suo peso schiacciante, così come sarà assai difficile, per l’Ucraina, reggere a mesi e mesi di tracollo strutturale, quale si sta delineando in conseguenza della distruzione progressiva della rete elettrica nazionale.
    È probabile che continuino a cercare di colpire la Crimea, in quanto terra di cerniera, che i russi considerano suolo patrio più del Donbass, ma che Kyev può rivendicare come territorio da riconquistare. Oltretutto, per la NATO è strategicamente importante indebolire la posizione russa nel mar Nero. Ma l’unica vera chance, per l’occidente, a parte l’intervento diretto, sarebbe l’apertura di un secondo fronte, opzione al momento abbastanza difficile. Mentre la Russia impugna la spada di Damocle della concentrazione in Bielorussia, e la pur sempre possibile offensiva su Odessa.
    In ogni caso, è nel corso del prossimo anno che vedremo probabilmente il passaggio decisivo. Resta solo da vedere in che direzione.


    1 – In questi giorni, la Duma russa ha confermato che non c’è alcuna necessità di emanare provvedimenti specifici per sanzionare la renitenza alla chiamata alle armi, proprio in virtù del fatto che l’incidenza del fenomeno è stata insignificante. Del resto, e contemporaneamente alla mobilitazione, ben altri 15.000 uomini si sono presentati volontari.
    2 – Con il termine gruppo di sabotaggio e ricognizione (in russo: Диверсионно-разведывательная группа, ДРГ?, traslitterato: Diversionno-razvedyvatel’naâ gruppa, DRG) si intende una formazione militare creata temporaneamente nella struttura delle forze speciali, utilizzata per il sabotaggio e la ricognizione dietro le linee nemiche in situazioni di guerra, con l’obiettivo di disorganizzare le retrovie, distruggere o disabilitare temporaneamente strutture industriali-militari, trasporti e comunicazioni, e raccogliere informazioni sul nemico.

  • Laboratorio Ucraina

    Ogni guerra è, tra le altre cose, un terreno di sperimentazione. Classicamente lo è per le armi: nuovi prodotti dell’industria bellica, se positivamente testati nella realtà di un conflitto, ne ricavano il miglior lancio pubblicitario possibile. Ma talvolta una guerra rappresenta anche l’occasione per verificare molte altre cose; ed in questo, la guerra in Ucraina non fa eccezione.

    Armi, industria e strategie

    Il conflitto che si sta combattendo, naturalmente focalizza tutta l’attenzione su due aspetti: le conseguenza politiche ed economiche della guerra, e la tragedia delle morti e delle distruzioni che si infliggono reciprocamente i contendenti. Pure, vi sono altri aspetti non meno importanti, che però rimangono esclusi dal dibattito pubblico, restando confinati in un ambito assai specialistico – e per sua natura tendenzialmente riservato.
    Una prima questione, tra quelle appunto minori, è relativa alle armi impiegate dalle forze combattenti. E sotto questo profilo, la guerra ucraina è assai interessante per più di un motivo.
    Innanzitutto, è il primo vero conflitto in cui è direttamente coinvolta la Russia post-sovietica. Sia le guerre cecene, che l’intervento in Siria, infatti, non sono assimilabili a questo, poiché qui a fronteggiare l’esercito russo c’è un altro esercito regolare, di un paese con decine di milioni di abitanti, e non un sia pur ben organizzato esercito guerrigliero. Ciò costituisce quindi un’ottima occasione per osservare e valutare modalità e capacità di combattimento delle forze armate russe, e soprattutto dei suoi armamenti.

    Sotto questo aspetto, la guerra offre molteplici chiavi di lettura. Pur essendo un conflitto tutto sommato asimmetrico, non solo per l’evidente sproporzione tra le parti ma anche – ad esempio – per il totale dominio dell’aria da parte di uno dei due, una parte significativa della guerra stessa si svolge sul terreno, con un confronto tra forze meno squilibrate a livello tattico. Per quanto da entrambe le parti si faccia largo uso di mezzi e sistemi d’arma ancora d’epoca sovietica, e siano quindi tutto sommato poco presenti armi moderne, si possono comunque osservare alcuni aspetti interessanti.
    I carri armati, ad esempio, sono per lo più T-72 variamente rimodernati, che quindi risalgono concettualmente agli anni settanta del secolo scorso. In tempi più recenti, i russi stanno inviando al fronte anche moderni T-90, ma ancora in numero non abbastanza significativo. Da quel che si sa, sembrano avere un’ottima capacità di combattimento, che li rende facilmente dominatori in battaglia. Ma se c’è un elemento emerso con decisione da questa guerra, è che i mezzi corazzati – siano essi carri, semoventi o trasporto truppe – mostrano la loro estrema fragilità di fronte ai nuovi signori della battaglia: i droni. In particolare, i piccoli droni quadricopter, utilizzati in combinazione con l’artiglieria ed i sistemi MLRS, hanno elevato moltissimo la capacità di colpire con precisione anche mezzi in  movimento, grazie alla geolocalizzazione in tempo reale degli obiettivi. Mentre i cosiddetti droni kamikaze – come il russo Lancet – sono ancora più micidiali.

    Anche nel settore dell’artiglieria (in senso ampio) si osservano elementi degni di nota. In particolare, sono emerse alcune criticità nel campo NATO-ucraino. Innanzi tutto, la presenza di una grande varietà di obici, prodotti dalle varie industrie nazionali, ed una ancor più ampia gamma di proiettili, anche del medesimo calibro, ha creato non pochi problemi tra le truppe ucraine. Poiché infatti non tutti gli obici sono in grado di sparare l’intera gamma di proietti di quel calibro, è accaduto più di una volta che i reparti di artiglieria ucraina che utilizzano sistemi d’arma occidentali si siano trovati riforniti di munizionamento inadatto, anche se del giusto calibro. A causa di ciò, la cadenza di tiro si è forzatamente abbassata, si sono moltiplicati i danneggiamenti degli obici stessi (che è impossibile riparare in prossimità del fronte), sino alla completa impossibilità di sparare. Più in generale, le artiglierie occidentali hanno spesso presentato una difficoltà strutturale a sostenere un massiccio e prolungato volume di fuoco. Oltre a quanto detto prima, l’artiglieria usata dalle forze ucraine deve fare i conti anche con un insufficiente quantitativo di proiettili, soprattutto paragonato alla capacità di fuoco dell’artiglieria russa. È stato calcolato che la produzione annuale americana di proiettili da 155mm equivalga a quella sparata dai russi in un paio di mesi.

    C’è infine da segnalare una sorta di nuova guerra dell’aria, dove a farla da dominatori incontrastati sono missili balistici e droni kamikaze. Nonostante una considerevole preponderanza russa nell’aviazione, questa è in effetti poco utilizzata, e soprattutto in appoggio tattico alle truppe di terra. Sono infatti pressoché assenti i duelli aerei. Sia per ragioni di costi, che per salvaguardare il personale di volo, le forze aerospaziali russe preferiscono colpire in profondità soprattutto utilizzando missili e droni, di cui dispongono in gran quantità. In particolare, e segnatarmente negli ultimi giorni, si è potuto osservare un uso singolare di questi strumenti.
    Innanzi tutto, per superare le pur deboli difese anti-missile ucraine, le forze armate russe lanciano attacchi a saturazione, ovvero utilizzando numerosi missili e droni kamikaze sul medesimo obiettivo o su obiettivi diversi in un’area delimitata. In tal modo, i sistemi di difesa ucraini possono al massimo colpire solo pochi vettori d’attacco, mentre gli altri vanno comunque a bersaglio. Inoltre, ed in particolar modo nella nuova fase del conflitto susseguente l’attentato al ponte di Kersh e l’affidamento delle operazioni russe al comando unico del generale Sorovikin, si è fatto notare il drone Geran, di produzione iraniana, che la Russia sta utilizzando in grande quantità, e che si sta dimostrando di grande efficacia e precisione. L’industria iraniana dei droni, ritenuta di altissimo livello, ne ha subito tratto beneficio, con decine di paesi che si sono detti interessati ai suoi prodotti…

    La guerra industriale

    La guerra è, tra le altre cose, anche una gigantesca macina, che tritura grandi quantità di mezzi. In una guerra d’attrito e di logoramento, come quella impostata dalla NATO in Ucraina, il consumo bellico è elevatissimo. Carri, artiglieria, sistemi lanciarazzi, mezzi per il trasporto truppe, sistemi anti-aerei ed anti-missile, e poi munizioni d’ogni tipo, in quantità enorme, vengono quotidianamente utilizzati e distrutti, e devono essere rimpiazzati.
    Alle spalle di un esercito, quindi, è necessario che vi siano arsenali ben forniti ed una industria bellica in grado di assicurare una pronta e costante alimentazione del conflitto.
    Benché i paesi occidentali dispongano di una florida industria militare, che primeggia nel commercio mondiale del settore, l’intero sistema è regolato fondamentalmente dal mercato – sia interno che estero. E, ovviamente, il mercato interno (diciamo in ambito NATO), è quello determinante, su cui si parametrizza la produzione. E dal crollo dell’Unione Sovietica in poi, il complesso militare-industriale si è orientato in funzione di orizzonti bellici diversi, testimoniati dai conflitti in cui l’occidente si è impegnato: Iraq, Afghanistan, Serbia, Siria, Libia… Tutte guerre caratterizzate da una incolmabile asimmetria tra attaccante ed attaccato, e da una elevata concentrazione di fuoco iniziale – cui poi segue un lungo periodo di gestione del caos susseguente. Questo tipo di guerra, quindi, richiede un consumo limitato, e comunque concentrato nel tempo, soprattutto di armamento ad alto impatto (missili balistici e da crociera), mentre nel periodo successivo c’è un consumo limitato di armamento convenzionale spalmato nel tempo. La capacità degli arsenali occidentali, e quella produttiva delle varie industrie belliche nazionali, è quindi da decenni tarata su questo tipo di esigenze.
    Diversamente, la Russia non solo ha ereditato enormi arsenali dell’epoca sovietica, ma ha anche mantenuto in parte la medesima propensione alla produzione bellica. Ne è conseguito che, nel corso della guerra ucraina, la NATO ha accusato la velocità di consumo del conflitto assai più della Russia. Anche se è vero che la NATO si è limitata a fornire agli ucraini solo un certo tipo di armamenti, ed in quantità limitate, ne è risultato comunque non solo un significativo svuotamento degli arsenali, ma anche una difficoltà nel reggere il ritmo consumo/produzione.

    Mentre – ad esempio – non c’è stata fornitura di carri armati occidentali, sono stati dati in abbondanza svariati sistemi di artiglieria, e blindati per il trasporto truppe, mentre minore è stato l’impegno per quanto riguarda i sistemi MLRS. Ciò nonostante, in molti casi gli eserciti NATO si sono trovati al limite della propria capacità di alimentare quello ucraino, se non intaccando i propri reparti operativi. Senza parlare poi del munizionamento.
    La questione è, in termini più ampi, che la guerra in Ucraina è un calderone che inghiotte grandi quantità di armi e munizioni, ad un ritmo assai elevato; una guerra d’attrito produce sempre un consumo elevato, se poi è anche una guerra che si protrae nel tempo mantenendo inalterato l’elevato livello di distruzione, appare evidente che il sistema bellico occidentale ha grandi difficoltà ad affrontare la Russia su questo terreno.
    Per quanto, come s’è detto, relativamente limitato, il supporto bellico all’esercito ucraino arriva da decine di paesi, NATO e collegati, mentre dall’altro lato c’è l’impegno parziale, anche se crescente, di uno solo. Solo molto recentemente è arrivato il supporto iraniano, e comunque limitato al settore droni.
    La lezione che si ricava da tutto ciò, è che la NATO, e più in generale il sistema di alleanze militari occidentali, allo stato attuale non sarebbero in grado di reggere uno scontro intenso e prolungato con la Russia. Questo ovviamente avvicinerebbe la necessità di ricorrere ad armi non convenzionali, eventualità che però è inaccettabile per l’occidente, in quanto aprirebbe una spirale dalla quale – se pure ne uscisse vincitore – sarebbe messo in ginocchio. Un occasione troppo ghiotta per l’avversario strategico, la Cina.
    Ne consegue che, negli anni a venire, l’intero occidente andrà a rivedere e reimpostare il proprio sistema bellico. Non solo sul piano strategico, ma anche su quello – più basico – dell’organizzazione delle forze armate e dell’industria militare. È presumibile che ciò comporti una maggiore militarizzazione della società e dell’economia, e quindi che l’attuale 2% del PIL richiesto dalla NATO ai paesi membri sarà insufficiente; del resto, il pesce pilota estone s’è fatto già avanti, proponendo di portarlo al 3%.

    Un banco di prova strategico

    Anche se le opinioni pubbliche – quantomeno in occidente – non sembrano esserne consapevoli, questo conflitto rappresenta una svolta veramente epocale. Né la caduta del Muro di Berlino, né l’11 settembre 2001, sono paragonabili al 24 febbraio 2022 – e di questo probabilmente la Storia prenderà atto. La volontà di imporre una frattura radicale ha raggiunto un livello ed una violenza mai visti prima. Il fatto è che siamo giunti ad un punto in cui gli Stati Uniti, che credevano di aver conseguito il predominio globale, avendo scoperto che così non è, che nuovi competitor emergono (o riemergono), e che addirittura si profila una fase di declino per l’America, hanno deciso di giocare la partita decisiva. Che, nella loro visione, è quella contro la Cina, mentre Russia ed Iran sono considerati elementi da rimuovere, ma non dello stesso livello.
    E poiché è questa la posta in gioco, il conflitto ufficialmente apertosi il 24 febbraio è assai più di una guerra: è la prima mossa significativa sulla scacchiera della guerra totale.

    Siamo quindi ben oltre la guerra senza limiti teorizzata già nel 1999 da Quiao Liang e Wang Xiangsui (1), due colonnelli dell’Esercito Popolare cinese. Mentre quella intendeva riferirsi ad un conflitto combattuto con ogni mezzo – e quindi non soltanto le armi, ma anche l’economia, la tecnologia, la diplomazia, la propaganda, etc – tutti coordinati tra loro in un unico disegno strategico, la guerra totale in cui siamo appena entrati si spinge più in là: non solo ogni mezzo possibile, ma anche un solo esito possibile. Per l’impero americano si tratta di vincere o perdere, tertium non datur. Pur essendo la guerra ucraina una mossa, significativa ma di apertura, scacchisticamente parlando, questa impostazione più ampia si riflette inevitabilmente anche su di essa, sulla strategia delle parti in campo. Ovviamente qui riferendoci a USA e Russia, essendo tutti gli altri mere comparse.
    In termini generali, pertanto, la strategia americana aveva due obiettivi: tranciare irrimediabilmente qualsiasi connessione tra la Russia e le colonie europee, ed indebolire la Russia stessa, al punto da depotenziarne profondamente la capacità militare. Nel caso di un esito particolarmente positivo, ottenere un regime change a Mosca, o magari il collasso e la disgregazione dello stato federale russo.

    Come s’è visto, il primo risultato sembra pienamente conseguito. L’Europa ha seguito supinamente i diktat statunitensi, ed ha abbracciato la crociata anti-russa bruciandosi i ponti alle spalle. Anzi, bruciando letteralmente se stessa.
    Sul tema del suicidio d’Europa, vale la pena di fare alcune considerazioni aggiuntive.
    Che i paesi dell’Europa occidentale fossero stati vassalli dell’impero amerikano, è un dato di fatto dal 1945; così come che, al crollo dell’URSS, gran parte dei paesi dell’est europeo siano corsi entusiasticamente a divenirne a loro volta vassalli, persino più servili. Ma, appunto, sino a quel 24 febbraio i paesi europei avevano comunque un margine d’autonomia che, sia pure nel quadro del vassallaggio, gli consentivano di esercitare una politica estera più morbida, meno aggressiva. Che, se da un lato costituiva una possibilità di salvaguardare gli interessi nazionali delle singole colonie, dall’altro rappresentava soprattutto una possibilità di interfacciamento diplomatico tra l’occidente ed il resto del mondo. Una possibilità di dialogo che è stata bruscamente soppressa, ed i cui contraccolpi già si vedono, con l’accelerazione dei processi di allontanamento dall’occidente di molti paesi, anche precedentemente a noi vicini.

    Strettamente collegato a questo, c’è un altro aspetto – incredibilmente non rilevato dagli analisti – in cui l’Europa, del tutto dimentica del proprio ruolo diplomatico, non solo non ha saputo giocare le proprie carte, ma non è nemmeno riuscita a cogliere i segnali che venivano da Mosca. Al di là di tutto, infatti, come non comprendere che la richiesta russa, ancora dopo l’inizio dell’Operazione Speciale, di una forte autonomia per le repubbliche separatiste di Lugansk e Donetsk aveva un preciso significato? L’intento strategico, infatti, unitamente alla garanzia di neutralità dell’Ucraina, era precisamente quello di avere una significativa presenza all’interno del paese vicino, non solo per pesare sulle sue decisioni, ma anche per mantenere aperti canali di comunicazione con l’Europa stessa – Mosca infatti non s’è mai opposta ad un ingresso dell’Ucraina nell’UE. Dal momento in cui questa ipotesi viene lasciata cadere, e la Russia passa quindi alla prospettiva della liberazione ed annessione dell’intera Novarussia, non si tratta più semplicemente di un cambio di strategia militare, ma della stessa prospettiva strategica del paese. Che prende atto della volontà occidentale di sancire una cesura nei rapporti reciproci, nonché della vocazione suicida degli europei, ed avvia un processo di riorientamento verso l’Asia. Semplicemente, la Russia non combatte più per forzare una trattativa con l’ovest, ma – essendosi volta ad est – per coprirsi le spalle.

    Come ha ben detto Alexander Grushko, vice ministro degli esteri russo al Forum economico euroasiatico di Baku (2), nel corso dei decenni la cooperazione tra Mosca ed i paesi europei, ha dato vita a “decine di progetti” in comune, progetti che sono stati tenuti “al di fuori del contesto ideologico, c’è stata la Guerra fredda e poi la guerra nella ex Jugoslavia, interi Stati sono scomparsi dalla mappa, ma a nessuno mai è venuto in mente di utilizzare la cooperazione energetica come arma di pressione e anche militare”. Grushko ha poi ricordato come ad un certo punto “gli europei abbiano deciso di rinunciare ai vantaggi che venivano dalla cooperazione con la Russia, mentre gli Stati Uniti sono riusciti a evitare quello che temevano di più: il riavvicinamento tra la Russia e l’Europa”. Pur di obbedire agli ordini imperiali, dunque, i proconsoli europei hanno preferito il suicidio strategico; e ciò non già per timore della reazione amerikana ad una eventuale ribellione, ma per una piena e totale adesione e fedeltà all’impero. Per quanto infatti a Washington non si siano mai fatti scrupolo di eliminare, in un modo o nell’altro, i vassalli scomodi o riottosi, è chiaro che una presa di posizione comune dei paesi europei, in un momento delicato come l’apertura del conflitto con la Russia, avrebbe reso pressoché impossibile qualsiasi ritorsione.

    In conclusione, per quanto la partita sia ancora in corso si possono già delineare alcuni elementi. La mossa strategica statunitense è stata certamente positiva, nei termini in cui ha definitivamente staccato l’Europa dalla Russia, l’ha indebolita economicamente e politicamente, e ne ha tratto un vantaggio competitivo. È invece decisamente negativa perché ha mancato il secondo obiettivo, ha mostrato la debolezza del suo dispositivo di guerra totale anche solo contro quella che considera una potenza regionale, ha messo in moto meccanismi di indebolimento della propria rete di dominio mondiale, ha spinto i suoi nemici più significativi a cooperare sempre più strettamente.
    E, cosa assai più rilevante, aveva intenzione di intrappolare Mosca in un conflitto di logoramento, e si è trovata a sua volta intrappolata in un conflitto che rischia di logorare Washington (e le sue alleanze militari) assai più che il nemico. Paradossalmente, ha convinto la Russia che questa fosse una partita vitale per la sua sopravvivenza, facendo sì che assumesse una prospettiva strategica coerente con questo assunto, laddove invece per l’America non è la partita decisiva. 
    La Russia non può perdere, perché ne va della sua esistenza, non solo come potenza ma come nazione; ed è pienamente nelle condizioni di riuscirvi. Gli USA non possono vincere, se non a condizione di investire tutto in questo conflitto, regalando quindi un vantaggio strategico incolmabile alla Cina. Ciò dovrebbe portare alla ricerca di un punto di caduta reciprocamente accettabile – e per quanto ufficialmente si abbaino l’un l’altro, i contatti ci sono e si mantengono. Ma, per il momento, entrambe puntano a massimizzare i risultati possibili.
    Se c’è quindi una lezione ricavabile dal laboratorio Ucraina, in termini strategici è senz’altro che se un impero comincia una guerra perché si sente minacciato, quella guerra è già perduta.


    1 – Quiao Liang, Wang Xiangsui “Guerra senza limiti”, ed. Le Guerre

    2 – Cfr. “Gas, Russia: ‘è fase finale suicidio energetico Europa’”, https://www.adnkronos.com/gas-russia-e-fase-finale-suicidio-energetico-europa_1KxqYRA2lp064OcxwuUCvs?refresh_ce

  • Big Clash

    Anche se siamo ormai assuefatti ad un ritmo informativo incalzante, che ci porta ad una percezione accelerata degli avvenimenti, e che al tempo stesso induce un parallelo bisogno di velocità – per cui abbiamo fretta di consumare le notizie, così da poter passare ad altre – la guerra non è una faccenda rapida. Anche se il nostro immaginario ci fa pensare che lo sia, nella gran parte dei casi è invece una questione di lunga durata. Quando poi parliamo di conflitti geopolitici, possiamo star certi che la guerra guerreggiata è sempre preceduta da un lungo periodo di accumulo, ed è seguita da un non meno breve periodo di assestamento.

    Wolfowitz e Brzeziński

    La caduta del muro di Berlino, la dissoluzione del Patto di Varsavia, e poi il collasso dell’URSS, sicuramente indussero gli Stati Uniti a credere che si stesse aprendo un secolo di assoluto dominio globale per il capitalismo liberista incarnato negli states. L’apertura della successiva stagione della globalizzazione nasce da questa certezza di presupposta supremazia. Ma, al tempo stesso, nelle segrete stanze del deep state non si abbassava la guardia: già nel 1992, l’allora sottosegretario alla Difesa di George W. Bush, Paul Wolfowitz, ebbe cura di pubblicare la Defence Policy Guidance (1), che divenne poi la base su cui si costruiranno le strategie imperiali di lungo periodo. Nella sua analisi sullo stato delle cose, Wolfowitz mette subito in chiaro che “la nostra politica deve ora concentrarsi nuovamente sull’impedire l’emergere di qualsiasi potenziale futuro concorrente globale”. Non appena archiviato il loro unico competitor, l’Unione Sovietica, già si preoccupavano di impedire l’emergerne di nuovi. E, nello stesso documento, Wolfowitz non mancava di sottolineare che “la Russia rimarrà la potenza militare più forte in Eurasia”.
    In questa brevissima frase è già concentrata tutta l’essenza del pensiero strategico americano: si indica il territorio cardine (l’Eurasia), si identifica l’avversario (la Russia), si specifica la natura della minaccia (la potenza militare).
    Va tenuto presente che, nella cultura imperialista americana, lo strumento militare è, per innumerevoli ragioni, un elemento cardine del pensiero strategico, un suo asset costitutivo (2).

    Per quanto abbiano appena prevalso sull’Unione Sovietica, portando non solo alla dissoluzione dell’Unione e delle sue alleanze militari, ma anche alla trasformazione in senso liberal-capitalista dello stato russo (sono gli anni di Borís Él’cin, che porterà Mosca a divenire quasi un satellite degli USA), a Washington rimane ben chiaro come, dal punto di vista geopolitico, la capacità militare che la Russia ha ereditato dall’URSS ne faccia comunque una potenziale minaccia. Per sgombrare il campo da questa minaccia, allora solo potenziale, la Russia deve essere costretta nei suoi spazi, isolata, depotenziata, possibilmente smembrata.
    L’ossessione angloamericana per l’Eurasia ha però origini più antiche; fondamentalmente affonda le radici nel pensiero di Halford John Mackinder, considerato uno dei fondatori della geopolitica. Mackinder, un diplomatico britannico, elaborò la sua teoria dell’Heartland, presentata ufficialmente – all’interno del suo saggio “The Geographical Pivot of History” – nel 1904 alla Royal Geographical Society di Londra. Nella sua idea, l’Heartland, consisteva nella parte centrale del blocco continentale d’Europa e d’Asia, e questa a sua volta, insieme al resto dell’Asia ed all’Africa, l’Isola Mondo. La summa del pensiero di Mackinder si riassume perfettamente nella sua famosa frase “Chi controlla l’Est Europa comanda l’Heartland: chi controlla l’Heartland comanda l’Isola-Mondo: chi controlla l’Isola-Mondo comanda il mondo”.
    In pratica, il blocco russo tedesco è la chiave per il dominio globale.

    Avendo questo background culturale (ma anche politico), si capisce bene perché gli angloamericani abbiano sempre visto come il fumo negli occhi qualsiasi possibile saldatura tra Germania e Russia.
    A portare a compimento l’evoluzione di questo pensiero strategico, agli inizi del nuovo secolo, sarà un gruppo di strategy planner americani, che elaboreranno il documento “The New Geopolitics of Empire” (3). Esponente di spicco di questo gruppo sarà Zbigniew Brzeziński, consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter. Di origini polacche, porterà con sé la russofobia della terra natia, e si applicherà costantemente a combattere l’URSS prima, la Russia poi. Sarà Brzeziński, più di ogni altro pensatore strategico, a tracciare la strategia statunitense sulla Russia, che sarà portata avanti per tre decenni dalle successive amministrazioni USA.
    È interessante qui notare un’altra caratteristica della politica americana. Mentre le figure politiche apicali cambiano, al cambiare delle amministrazioni, c’è un milieu politico che sostanzialmente rimane al suo posto, magari con cambi di posizione e/o avvicendamenti vari, e che pur non essendo spesso direttamente riferibile ad uno dei due partiti esercita però una considerevole influenza sulle decisioni della Casa Bianca, soprattutto in materia strategica. Il loro ruolo può essere più o meno visibile, secondo il momento, ma la loro influenza è costante, e spesso decisiva. Un esempio recente è Victoria Nuland, moglie del maître à penser neocon Robert Kagan.

    In un suo libro del 1997, “The Grand Chessboard: American Primacy and Its Geostrategic Imperatives” (4), Brzeziński scriverà che gli Stati Uniti sarebbero diventati il primo e l’ultimo impero globale. Per ottenere questo risultato, sarebbe però stato necessario controllare strettamente quello che lui definiva il buco nero, ovvero il vuoto politico lasciato dall’URSS. A tale scopo, la NATO avrebbe dovuto espandersi verso est, sino ad integrare tutti i paesi dell’ex-blocco comunista; in particolare, per conseguire l’obiettivo di depotenziare la Russia, sarebbe stato essenziale fare leva sul perno geopolitico dell’Ucraina. Secondo Brzeziński, senza l’Ucraina la Russia sarebbe stata troppo debole, ed al tempo stesso un’Ucraina nella NATO sarebbe stata una lancia nel costato di Mosca.
    Da qui parte tutto. Ancora sul finire del secolo scorso, quando le rovine dell’URSS erano ancora fumanti, e Vladimir Putin un semisconosciuto ufficiale del KGB, nei centri di pianificazione strategica degli Stati Uniti si tracciava la rotta che, nell’arco di venticinque anni, avrebbe portato alla guerra con la Russia.

    Stop and go

    Vittime come siamo di una narrazione giornalistica, spesso semplicemente propagandistica, che tende ad una semplificazione estrema, siamo portati a pensare che le scelte politiche siano o frutto di sistemi monolitici, o all’opposto soggette ad una estrema mutevolezza. A ben vedere, però – e questo vale soprattutto per le grandi potenze, che hanno necessariamente uno sguardo lungo – le cose non funzionano esattamente così. Facendo a nostra volta un’altra semplificazione, potremmo dire che gli orientamenti strategici sono, come s’è visto, pianificati e perseguiti su tempi decennali, mentre le mosse tattiche sono assai mutevoli, e condizionate sia dal contesto storico in cui si collocano, sia dai contingenti orientamenti politici. Ciò comporta anche che le linee strategiche non sempre siano evidenti, e talvolta che le mosse tattiche appaiano (ed a volte siano) in contrasto col disegno generale. Svolgendosi su tempi lunghi, nel corso dei quali nuovi ed imprevisti avvenimenti possono presentarsi, i grandi disegni strategici sono quasi inevitabilmente costretti a degli stop and go, rallentando, deviando, a volte persino fermandosi. Ma essi inesorabilmente saranno portati avanti. Anche quando sembra che non sia così.

    Del resto, è esattamente questa la ragione per cui le grandi strategie hanno bisogno di anni, spesso di decenni, per essere portate a compimento. Esse infatti indicano gli obiettivi di fondo, e la strada per conseguirli, ma il percorso richiede un continuo adattamento alle condizioni che via via si presentano. Che possono talvolta essere ostacoli, tali da costringere a rallentare la marcia, e talvolta possono essere opportunità, che consentono di effettuare un balzo in avanti.
    Il grande disegno strategico americano di accerchiare la Russia, di privarla del suo potenziale militare, e soprattutto di impedire il formarsi di un blocco egemone nell’Heartland, ha richiesto circa trent’anni, dalla sua formulazione alla messa in atto dei suoi passaggi finali.
    Ma trent’anni sono lunghi, e specialmente nel mondo contemporaneo possono essere un lasso di tempo in cui emergono fattori nuovi, capaci di incidere profondamente sullo schema.
    E, in effetti, dal tempo della grande scacchiera di Brzeziński, almeno due significative novità sono intervenute.

    La prima, è l’emergere della Cina come grande potenza economica mondiale – fattore, questo, a cui ha dato una spinta determinante proprio quella globalizzazione voluta dal mondo economico-finanziario statunitense; nonostante l’avviso di Wolfowitz, una nuova potenza è emersa, anche grazie agli USA. E la seconda è l’inizio del declino americano.
    Entrambe questi elementi sono intervenuti come fattori acceleranti. Dal punto di vista statunitense, infatti, l’emergere di un competitor più pericoloso, ed il proprio contemporaneo indebolimento, hanno reso necessario accorciare i tempi per chiudere la pratica Russia.

    Tiro alla fune

    Il disegno americano di neutralizzare la Russia e la saldatura euroasiatica, quindi, accelera perché altre esigenze urgono. Come aveva predetto Brzeziński, l’Ucraina si rivela cruciale; Mosca, infatti, ha continuato a protestare per il progressivo dilagare della NATO fino alle sue frontiere, ma ha comunque mostrato una certa resilienza rispetto alle continue provocazioni. La Russia insomma è stata abbastanza riluttante a farsi trascinare in uno scontro. Tant’è che, pur consapevoli che l’Ucraina era per la Russia una red line, gli USA preparano un ‘piano B’. Nel 2021, infatti, oltre a realizzare ben tre esercitazioni NATO nel paese, l’esercito ucraino viene preparato per lanciarsi nuovamente all’attacco del Donbass: come testimoniato persino dagli osservatori dell’OSCE, tra dicembre e gennaio i normali bombardamenti d’artiglieria sulle due repubbliche separatiste registrano un’impennata d’intensità. Se la Russia non si muove, scatterà l’attacco.

    Ovviamente, è difficile dire cosa esattamente si aspettassero, nei think tank strategici statunitensi; se infatti l’idea di fondo era quella di far impantanare i russi in un conflitto d’attrito, logorandone l’apparato bellico, nonché di cogliere l’occasione per colpirne duramente l’economia attraverso le sanzioni, non è detto che le cose siano andate – e stiano andando – proprio come previsto.
    Anche trascurando il modesto impatto delle sanzioni, che invece si stanno abbattendo duramente sugli alleati europei, creando le premesse per significative frizioni, sul piano militare si può in un certo senso dire che le cose stiano andando in modo simile. Al netto di oscillazioni tattiche, e persino degli errori pur commessi da parte russa, il dato di fatto è che, dopo otto mesi di guerra, la Russia occupa saldamente circa il 20% del territorio ucraino, si dimostra in grado di colpire dove e quando vuole su tutto il resto del paese, è sostanzialmente andata avanti sinora impegnando molto limitatamente il proprio potenziale, e senza mettere in affanno la produzione industriale militare.

    Non solo, il mutamento del quadro globale ha spinto ad una accelerazione dei processi di costruzione del multipolarismo, in netto contrasto con l’unipolarismo a stelle e strisce, e rafforzato saldature strategiche significative, capaci di pesare anche sul confronto bellico. Una su tutte, quella con l’Iran – le cui forniture militari stanno dando un apporto rilevante sul fronte ucraino e, cosa assai più significativa in termini strategici, che ha prodotto le prime esercitazioni navali congiunte Russia-Cina-Iran nell’indopacifico. Già oggi squadre navali miste russo-cinesi pattugliano i mari orientali, e nell’ottica di dover fronteggiare una potenza thalassocratica come gli USA non è da poco…
    La questione di fondo del conflitto, in ogni caso, è che l’esercito ucraino non è all’altezza del compito previsto. Certamente dotato anche di un’ammirevole capacità di resistenza, e sicuramente assai determinato, ma comunque per una lunga serie di ragioni assolutamente non in grado di reggere lo scontro. La conseguenza, difficile dire quanto prevista, è che la guerra – notoriamente una faccenda che non sai mai come si sviluppa – ha via via preso la piega di una ineluttabile escalation.

    Per alimentare il conflitto e sostenere l’esercito ucraino, cosa peraltro fatta sin dal primo istante (il 26 febbraio primi aiuti militari), la NATO ha dovuto impegnarsi in modo crescente. Molto più di quanto ha fatto la Russia. Il supporto dell’Alleanza Atlantica non solo è aumentato in termini quantitativi, ma soprattutto lo è in termini qualitativi.
    In una prima fase, infatti, il supporto da parte NATO è consistito prevalentemente nell’aiuto dell’intelligence, nella fornitura di dati satellitari sulle forze russe, in armamento leggero e mezzi di produzione sovietica (forniti dai paesi ex Patto di Varsavia). In una fase successiva, sono cominciati ad arrivare carri armati (sempre sovietici) e blindati per la fanteria, si è intensificato il supporto di intelligence e la sua integrazione coi comandi ucraini. La terza fase ha visto un passaggio significativo di artiglieria meccanizzata e MLRS, l’avvio di programmi intensivi di addestramento, l’ospedalizzazione dei feriti più gravi nei paesi NATO, la collaborazione attiva nelle operazioni di sabotaggio. Allo stato attuale, si sta aprendo una quarta fase, che vede un ampliamento importante dell’addestramento truppe, un incremento del supporto boot on the ground con crescenti unità mercenarie, e la fornitura di sistemi anti-missile.
    Ciò che caratterizza l’impegno USA-NATO è quindi una lenta escalation qualitativa, anche se sul piano quantitativo rimane largamente al di sotto delle necessità ucraine.

    Considerato che c’è un fronte attivo di oltre 1000 Km, ed una lunga linea di confine (dove non ci sono combattimenti), la quantità di armamenti forniti è decisamente insignificante, tanto più a fronte della grande superiorità russa, soprattutto nei settori dell’artiglieria e dei MLRS. L’invio centellinato di obici e HIMARS, ad esempio, ha fatto sì che non fosse mai possibile utilizzarli facendo massa critica, ed al tempo stesso dando ai russi tempo e modo per distruggerli, almeno in parte. Se per un verso ciò si spiega con la volontà americana di mantenere attivo il conflitto il più a lungo possibile, e quindi rendendo necessario evitare un innalzamento del livello di scontro, potenzialmente capace di abbreviarne i tempi, dall’altro proprio l’esigenza di mantenere in vita ed operativo l’esercito ucraino ha reso necessario un flusso di armi e mezzi che però non solo non è servito ad alcun mutamento della situazione strategica, ma si è rivelato un pozzo senza fondo, che ha finito per svuotare gli arsenali dei paesi NATO.
    La situazione odierna, dal punto di vista della NATO, è perciò riassumibile in questi termini:

    • la disponibilità di mezzi ex-sovietici, sia da parte di paesi ex Patto di Varsavia che sul mercato internazionale, è ormai assai scarsa
    • la disponibilità di mezzi NATO considerati cedibili all’Ucraina è pressoché esaurita
    • la necessità di far ricorso alla produzione dell’industria militare, sia per le forniture a Kyev che per rimpinguare gli arsenali ormai svuotati, per un verso ha un costo vivo aggiuntivo, e per l’altro allunga i tempi di consegna
    • rimane irrisolta la questione fondamentale delle forniture di carri armati, visto che quelli d’epoca sovietica sono ormai esauriti ma non si vogliono fornire quelli di produzione occidentale, anche se non modernissimi (come i Leopard tedeschi), tenendo anche presente che la Russia dispone di circa 10.000 carri armati (tra i vari dipartimenti militari sul territorio).

    Seppure quindi, anche grazie ad alcuni errori da parte russa, la situazione attuale sul campo si è stabilizzata, appare evidente che i nodi verranno al pettine. Ed il nodo più grosso è quello politico. La questione, infatti, come ha confermato ingenuamente lo stesso Stoltenberg, è che se l’Ucraina esce sconfitta, ne uscirà sconfitta anche la NATO – anche se, formalmente, non è coinvolta nel conflitto. D’altra parte, è evidente al mondo intero che questa è a tutti gli effetti una guerra della NATO contro la Russia, e che quindi la sconfitta sarebbe dell’Alleanza Atlantica, quanto e più che dell’Ucraina.
    Per la NATO è fondamentale tenere aperto il conflitto senza essere costretta ad intervenire direttamente, ma al tempo stesso questo diventa sempre più complicato, perché nonostante gli aiuti l’esercito ucraino non è e non sarà in grado di reggere l’urto delle forze armate russe. Tanto più quando arriveranno sul fronte i 300.000 uomini della mobilitazione parziale, più le varie unità di volontari organizzate nelle varie repubbliche della Federazione (probabilmente altri 20/30.000 uomini). Quello che si profila quindi è un vero e proprio tiro alla fune.

    Verso il Big Clash

    L’orientamento anglo-americano, come si è visto ad esempio in occasione della crisi Pelosi-Taiwan, è tendenzialmente quello di tirare al massimo, sin quasi al punto di rottura, sia per saggiare la reazione dell’avversario, sia per massimizzare il risultato. D’altra parte, proprio la sempre maggiore esposizione della NATO rende complicato allentare la presa, perché una sconfitta sul campo sarebbe disastrosa per l’egemonia americana e per la sopravvivenza della stessa NATO. A sua volta, per la Russia questa è una partita esiziale, ed ha messo molto in chiaro che è disposta a tutto pur di non perderla. L’accelerazione sull’annessione dei quattro oblast alla Federazione Russa è, da questo punto di vista, un segnale chiarissimo. Così come lo è la risposta all’attentato contro il ponte di Kersh.
    In un quadro di tal fatta, è chiaro che si acutizzano le possibilità che l’escalation divenga incontrollabile.
    USA e Russia stanno attraversando entrambe un momento di difficoltà. Per Mosca, l’evidenza di alcuni errori di sottovalutazione, duramente pagati sul campo, hanno reso necessaria una mobilitazione un po’ affrettata, ed a quanto pare anche con qualche defaillance, che ha prodotto più di un malumore, oltre quelli che hanno riguardato la gestione militare in sé. Per quanto riguarda Washington, invece, a parte una certa divaricazione tra Casa Bianca e Pentagono, relativamente alla condotta della guerra, pesa un malumore interno ed i crescenti mugugni europei. Con tutta evidenza, il sabotaggio dei North Stream 1 e 2 è un segno di debolezza; un po’ come un ragazzone grande e grosso che ingiunge ad un gruppo di bambini di non giocare con quello lì, ma che alla fine deve bucare il pallone per impedire che possano giocare comunque…
    I mesi invernali , per quanto rendano più difficili le operazioni sul terreno, è probabile che vedano un intensificarsi dei combattimenti. L’Ucraina presto getterà in battaglia i 10.000 uomini che hanno appena terminato l’addestramento in Gran Bretagna, si vedrà se opterà per il fronte di Kharkiv al nord, dove comunque i russi sono tornati ad avanzare, recuperando parte del terreno perso, eppure al sud, sul fronte di Kherson – che rimane comunque quello strategico per Kyev, poiché da lì possono puntare ad isolare la Crimea ed a proteggere Odessa. Fermo restando che, se pure in quel settore – ricco di linee fortificate – il movimento è più lento, nel Donetsk occidentale i russi stanno macinando villaggio dopo villaggio, ed è presumibile che entro l’inverno arrivino a minacciare direttamente (se non a sfondare) la linea Sloviansk-Kramatorsk.

    Nonostante tutto, i nodi cruciali per l’Ucraina restano le forniture di carri armati ed il personale combattente qualificato. Non è un caso che, diversamente dalla prima fase della guerra, oggi il numero di contractors sia nuovamente in crescita, e non si tratta più di singoli volontari che vanno in cerca d’avventura, ma di personale esperto, molto ben pagato, ed arruolato direttamente negli USA ed in UK. Mentre per i russi il problema principale, almeno finché le nuove reclute non arrivano al fronte, è la forte disparità numerica, che in buona misura li costringe sulla difensiva.

    A preoccupare, quindi, non è tanto la minaccia nucleare – se la tua ambizione è il dominio, non vai incontro a morte sicura – quanto il fatto che i soggetti ai due capi della fune, a furia di tirarla finiscano col trovarsi faccia a faccia. E poiché nessuno dei due può perderla, continueranno a tirare, questo è poco ma sicuro. A quel punto, il rischio di un big clash, uno scontro violento e diretto, tra la NATO e la Russia, potrebbe diventare inevitabile.
    Per questo, è più che mai urgente che emergano spinte ragionevoli a rallentare, e soprattutto che emergano dei mediatori credibili ed autorevoli, capaci quindi di portare ad una conclusione realistica del conflitto, e che consenta ai due avversari di uscirne senza apparire sconfitti.
    Due elementi che, però, sono assai difficili da concretizzare, perché il realismo impone che l’Ucraina rinunci ai territori perduti, e questo – fintanto che la NATO continuerà ad urlare il proprio sostegno all’oltranzismo ucraino – rappresenterebbe una palese sconfitta per l’occidente atlantico.


    1 – Cfr. https://www.archives.gov/files/declassification/iscap/pdf/2008-003-docs1-12.pdf
    2 – Cfr. L’anti-Clausewitz, https://giubberosse.news/2022/10/05/lanti-clausewitz/
    3 – Cfr. https://monthlyreview.org/2006/01/01/the-new-geopolitics-of-empire/
    4 – Zbigniew Brzeziński, Grand Chessboard, Basic Books

  • L’anti-clausewitz

    Formalmente affermato da Carl von Clausewitz nel suo Della Guerra, pubblicato negli anni trenta dell’800, il principio della guerra come proseguimento della politica con altri mezzi è in realtà sempre stato considerato da tutti i teorici dell’arte militare – da Machiavelli a Sun Tzu, da Giap a Gerasimov. Si potrebbe in effetti dire che sia un principio talmente vero da risultare ovvio, ma in realtà non è poi così nei fatti. Quel che è certo è che questo principio trova la sua massima applicazione nel corso del 900, quando alle classiche linee di frattura geopolitiche si aggiungono quelle ideologiche, facendo quindi della guerra uno strumento quasi privilegiato della/dalla politica.

    La guerra rivoluzionaria

    È interessante notare come, proprio nel corso del novecento, l’ideologizzazione della guerra produca un fenomeno speculare, le cui ricadute – come vedremo – si presentano ancora oggi in modo per certi versi sorprendente. Il secolo scorso, infatti, vede la nascita della guerra rivoluzionaria, che non è semplicemente lo strumento bellico messo al servizio di una politica – appunto – che si prefigge la rivoluzione, ma è a tutti gli effetti, e prima d’ogni cosa,  una rivoluzione della guerra. Per certi versi paragonabile a quella napoleonica.
    Anche se tendenzialmente il pensiero va al Mao Tze Dong della lunga marcia, il vero teorico della guerra rivoluzionaria è il vietnamita Võ Nguyên Giáp. È lui che guiderà la lotta di liberazione del popolo vietnamita, dapprima contro la Francia e poi contro gli Stati Uniti. Ed a questi due conflitti sono legati altri due fattori importanti, ai fini della presente riflessione.
    Innanzitutto, è nel corso del conflitto indocinese (e poi durante la guerra di liberazione algerina) che l’idea di guerra rivoluzionaria viene assimilata (e rielaborata) da un esercito occidentale; all’interno dell’esercito coloniale francese, infatti, la temperie di questi due conflitti fa maturare la consapevolezza che la guerra non è più semplicemente una questione tra eserciti contrapposti, e che quindi essa va affrontata con logiche strategiche e tattiche assai diverse.

    Non è comunque tanto la conclusione immediata cui arrivano gli ufficiali francesi, ad essere rilevante. Il punto d’arrivo di quello specifico processo fu infatti il terrorismo dell’OAS – una risposta non solo sbagliata, ma sopra ogni cosa inefficace. Il dato rilevante è che, a partire da quella esperienza, nelle forze armate dei paesi occidentali si fa strada l’idea che la guerra non sia mero strumento della politica, ma sia essa stessa politica, e che quindi la politica debba far parte del bagaglio concettuale di un esercito moderno. Da queste radici, per dire, nasce il fatto che oggi ad avere la visione politica più lucida sul conflitto ucraino siano proprio i militari. Tra l’altro, la guerra rivoluzionaria è chiaramente l’antesignana della moderna guerra senza limiti, o guerra totale, quella cioè in cui non vi è più alcuna separatezza temporale tra politica ed atto bellico, né tra lo strumento militare e tutti gli altri possibili (economico, energetico, psicologico, biologico, etc).

    Dal Vietnam all’Afghanistan

    Questa piena consapevolezza della politicità della guerra, ed al tempo stesso questa assai più sfumata separazione tra la fase politica e quella militare, sono in fondo la chiave di volta che spiega l’esito di molti conflitti moderni. Benché le suaccennate guerre d’Indocina e d’Algeria – soprattutto quest’ultima – siano già degli esempi di ciò, è con la guerra americana del Vietnam che si appalesa chiaramente il peso del fattore politico nel conflitto bellico.
    La guerra del Vietnam comincia (all’indomani della fine dell’impero coloniale francese in Indocina, come diretta conseguenza della sconfitta di Dien Bien Phu) nel 1955, e finirà vent’anni dopo, con la caduta di Saigon nel 1975. Alla base dell’intervento USA (dapprima sotto forma di appoggio al governo fantoccio sud-vietnamita, dal 1965 in poi con un impegno diretto sul campo) c’era la teoria del domino, in base alla quale si riteneva che lasciando cadere un paese in mano ai comunisti, altri sarebbero caduti uno dopo l’altro. Per giustificare quindi l’intervento militare diretto, gli Stati Uniti si inventarono l’incidente del Tonchino (1) e diedero vita ad una delle guerre più disastrose della propria storia.

    Come si è detto, gli USA non avevano alcun interesse strategico in Indocina, ed il loro intervento trovava quindi la sua ratio politica nella duplice convinzione che la vittoria comunista in quel paese ne avrebbe provocate altre, e che l’espansione del comunismo (anche in paesi strategicamente poco rilevanti) fosse di per sé una minaccia.
    Dal punto di vista statunitense, quindi, la guerra del Vietnam era a tutti gli effetti una guerra ideologica, che si poneva l’obiettivo di contrastare l’avanzata del comunismo – in quanto ideologia, ben più che come strumento di penetrazione della Russia sovietica. Per quanto le forze armate americane incontrassero enormi difficoltà nel fronteggiare l’esercito nord-vietnamita e la guerriglia viet-cong, non si posero problemi nel mettere in atto una enorme escalation pur di vincere. Non solo sul piano quantitativo – dai 3.500 marines sbarcati nel 1965 ai 550.000 uomini impiegati nel 1969 – quanto su quello qualitativo; i bombardamenti su Hanoi, l’infiltrazione di reparti in Laos e Cambogia (paesi formalmente estranei al conflitto), il massiccio uso di napalm e defolianti (l’agente Orange), sino al punto di considerare l’ipotesi di sganciare la bomba atomica.

    Sotto il profilo strettamente militare, quindi, magari con uno sforzo ulteriore, Washington avrebbe potuto vincere la guerra. Ma la perse, proprio perchè la sua era una guerra ideologica, che non aveva alcun reale fondamento negli interessi strategici geopolitici del paese.
    Una guerra di tale natura, infatti, rimbalzò in maniera devastante all’interno della società americana, squassandola dal profondo. E, inevitabilmente, ad un certo punto la combinazione tra la pressione politica interna – laddove la guerra era vista come non necessaria per gli interessi vitali del paese – ed il fatto che appunto non rivestiva effettivamente alcun reale interesse strategico, diedero il via al processo di disimpegno che si concluderà con la fuga precipitosa dall’ambasciata di Saigon.
    Dal Vietnam in poi, gli Stati Uniti hanno condotto numerose guerre in giro per il mondo, da quelle quasi ridicole contro l’isoletta di Grenada o contro Panama, a quelle sanguinose e disastrose in Iraq, in Libia, in Siria, in Afghanistan. Quest’ultima conclusasi, dopo vent’anni di combattimenti, in modo identico a quella vietnamita, con una fuga precipitosa dal paese – e per le medesime ragioni.

    Se infatti l’Afghanistan aveva un valore per l’Inghilterra, a cavallo tra l’800 ed il 900 (l’epopea del grande gioco…) in quanto necessario a difendere l’India dalle (presunte) mire della Russia zarista, il suo valore strategico per gli USA, negli anni duemila, era praticamente nullo. È stata, quella, una guerra per affermare una supremazia politica, che avrebbe potuto essere combattuta indifferentemente lì oppure (ad esempio) in Somalia. E poiché l’Afghanistan in sé non aveva valore strategico, è arrivato il momento in cui il costo politico di quella guerra è divenuto totalmente inutile, dunque insostenibile.

    L’ordine del caos

    Il 900 è stato indubbiamente il secolo americano. Lo è stato non solo perchè il suo intervento è stato determinante nelle due guerre mondiali, ma anche per due ancor più rilevanti ragioni.
    La prima, perchè ha sancito il suo dominio sulla parte più significativa d’Europa (oltre ad aver contribuito a dividerla), la seconda perchè ha visto la sua proiezione militare espandersi a livello globale. Mai, nella storia dell’umanità, una potenza imperiale ha avuto tante basi militari all’estero, ed in così tanti paesi diversi.
    È interessante notare come, benché appunto nel corso del secolo scorso gli USA fossero senza alcun dubbio la maggiore potenza economica mondiale, abbiano senza esitazione scelto di esercitare il proprio predominio utilizzando principalmente lo strumento militare. Questo è addirittura – a mio avviso – un tratto costituente della cultura americana.
    Tutta la strategia imperiale degli Stati Uniti, in effetti, si fonda sull’uso della forza. Ed è, questo, un fattore di straordinaria pregnanza. Perchè per un verso ha fornito all’impero la certezza del dominio, ma per un altro ne ha intossicato il pensiero strategico.
    La seconda metà del 900, che è quella che ha visto l’apoteosi dell’imperialismo statunitense, è stata densissima di guerre, colpi di stato e tentativi di eversione vari, praticamente in ogni angolo del mondo (2). Ed è interessante notare come questa estrema militarizzazione della politica americana – dalla guerra del Golfo alle rivoluzioni colorate – anche laddove abbia prodotto delle vittorie militari (Iraq, Libia…), ha comunque prodotto politicamente il caos.

    Le guerre americane non si sono mai concluse con una, sia pur temporanea, stabilizzazione.
    Ovviamente, anche la strategia del caos, della destabilizzazione, ha un suo perchè. Mantenere una situazione di instabilità ha anche dei vantaggi – alimenta il complesso militare-industriale, mantiene aperte possibilità di successive deflagrazioni conflittuali, si riflette sulla stabilità regionale coinvolgendo amici e nemici…
    Il punto è che questa non è una strategia mirata, applicata laddove conviene, ma è la strategia, tout court. Che ha funzionato, o meglio non è entrata in crisi, fintanto che l’egemonia economica di Washington era assoluta. Quando questa ha cominciato a venire meno, o quanto meno a ridursi (peraltro a crescente velocità), ha cominciato ad intravedersene la debolezza intrinseca.

    Clausewitz rovesciato

    Se nel corso del novecento l’America ha esteso e rafforzato la propria egemonia, ha però anche coltivato l’illusione che il proprio impero – a differenza di tutti quelli che l’hanno preceduto – potesse durare in eterno. Che fosse intrinsecamente giusto e buono, e che per ciò stesso le sue armi avrebbero trionfato sempre e comunque. In una parola, è rimasta vittima della propria ideologia imperiale. Essendo, come s’è detto, l’uso della forza militare un tratto costituente della cultura americana, quando ha cominciato a percepire che l’unipolarismo (cioè il monoimperialismo) stava per venire meno, ha reagito pavlovianamente. L’ipotesi del multipolarismo non viene neanche considerata, l’istinto dice: guerra.
    La conseguenza di questa postura bellica, è che il mondo intero diventa potenzialmente un possibile terreno di scontro, ed al tempo stesso quasi nessun luogo – al di fuori dell’homeland – è veramente importante strategicamente. Nello scacchiere globale, ogni casella è importante (perchè la partita è vissuta come esiziale), ma nessuna è vitale come quella dove sta il Re.

    Nella pratica, ciò si traduce in quel che abbiamo visto a Kabul: una guerra inutile trascinata per vent’anni, e poi sbaraccata in quattro e quattr’otto.
    Nella distorsione prospettica americana, infatti, ciò che si è operato è una sorta di rovesciamento del principio clausewitziano: non più la guerra come prosecuzione della politica, ma la guerra come politica. Che non è la guerra rivoluzionaria, e nemmeno una guerra rivoluzionata, ma la cancellazione del limes tra mezzo e fine.
    Ed è questa la ragione profonda per cui, nello specifico della guerra contro la Russia, l’America non può vincere.

    Ovviamente alla base c’è il fatto che la Russia sia una potenza militare di prim’ordine; ma la ragione strategica è nell’asimmetria di valore tra Washington e Mosca.
    Per gli USA, questo è un episodio della più ampia guerra per mantenere il predominio mondiale, guerra in cui – a torto o a ragione – la Russia è considerata l’avversario minore, la minaccia vera essendo identificata con la Cina. Se si tiene presente questo, si comprende bene che, proprio in quanto episodio minore, la guerra potrebbe essere protratta anche per vent’anni, ma non sarà mai considerata la battaglia strategica. Mentre per la Russia – ancora una volta, a torto o a ragione – lo è. Ne consegue che per gli Stati Uniti la guerra ucraina può anche concludersi con la vittoria della Russia, se per impedirlo il costo dovesse essere troppo alto. L’Ucraina è assolutamente sacrificabile, è una pedina di secondo piano, nella partita globale.
    Di più. Poiché per Mosca questa è invece una battaglia vitale, se sentisse minacciata seriamente la propria esistenza non esiterebbe a ricorrere ad armi nucleari tattiche. E nella consapevolezza che, molto probabilmente, e ben al di là delle dichiarazioni propagandistiche, gli USA non reagirebbero sullo stesso piano. Proprio perchè quella che si combatte in Ucraina non è certo la madre di tutte le battaglie, alla Casa Bianca non ci pensano neppure lontanamente a rischiare di innescare una guerra nucleare con la Russia – per Kyev poi! – che comporterebbe nella migliore delle ipotesi di uscirne magari vincitrice ma in ginocchio. Con la Cina che guarda compiaciuta.
    È questa l’asimmetria insanabile. Per la Russia è in gioco lo spazio vitale, la propria esistenza. Per l’America no. Per questo, in un modo o in un altro, tra un anno o forse tra venti, gli ucraini saranno lasciati soli, e gli europei con loro. Perchè quando saremo regrediti economicamente, lo saremo anche strategicamente. Ed il cuore della scacchiera è nell’indo-pacifico.


    1 – Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Incidente_del_golfo_del_Tonchino

    2 – 168 operazioni militari all’estero svolte dagli Stati Uniti dal 1780 al 1945, altre 100 operazioni militari dal 1945 al 1999, e ben 184 dal 1999 al 2021.

  • Rischio stallo

    Anche se l’Europa, contro ogni logica, sembra indifferente ad una qualsiasi prospettiva di pace, la guerra ucraina rischia di scivolare lentamente verso una situazione di stallo, che è esattamente lo scenario peggiore per i paesi europei. Trovare una via d’uscita, che salvaguardi gli interessi europei, ma che al contempo possa risultare percorribile per i contendenti, è qualcosa che però richiede non soltanto abilità diplomatica, ma una visione anche militare del conflitto, in modo tale da poter operare affinché la situazione sul terreno non si cronicizzi – premessa indispensabile per qualsivoglia iniziativa di pace.

    L’aggressore riluttante

    Uno dei tanti paradossi di questa guerra è che, mentre la narrazione occidentale dipinge la Russia come un paese estremamente aggressivo, questa in realtà si rivela essere estremamente riluttante nell’uso della forza.
    Se guardiamo alla storia complessiva del conflitto, dal 2014 ad oggi, possiamo rilevare che ogni passo compiuto da Mosca mostra una estrema riluttanza a spingersi oltre, sia sul piano politico-diplomatico che su quello militare. Quando, dopo il golpe di piazza Maidan e l’inizio delle violenze anti-russe nel Donbass, la Russia si attiva rispetto alla nascente guerra civile ucraina, lo fa sul piano diplomatico: gli accordi di Minsk – I e II – di cui continuerà per anni a chiedere l’applicazione, sono infatti il tentativo di risolvere la questione senza intervenire direttamente. Intervento che arriverà solo dopo otto anni di guerra civile, a fronte della crescente minaccia ucraina. E per tutta una prima fase dell’operazione speciale (che si premura di inquadrare in qualche modo all’interno di una formalità giuridica, ex-art. 5 dell’ONU) continua a perseguire una soluzione politica; anche dopo la svolta strategica, conseguente alla presa d’atto che la NATO intende sviluppare un conflitto per procura, la condotta di guerra sul campo continua ad essere improntata alla moderazione. Persino sulla stampa statunitense gli analisti militari constatano (1) questo approccio basato sull’auto-limitazione nell’uso del proprio potenziale bellico. Approccio che rimarrà immutato nel corso dei sette mesi di guerra, e che caratterizza non solo la condotta bellica, ma anche la linea politico-diplomatica. Benché già da marzo-aprile vi fosse piena evidenza non solo del coinvolgimento NATO nel conflitto, ma di come questo rappresentasse un investimento strategico per l’Alleanza Atlantica, questo aspetto non è mai stato sottolineato troppo, almeno sino al momento della mobilitazione parziale dei riservisti; ed anche allora (per quanto ovviamente vi siano evidenti ragioni per ciò) non si è prodotta alcuna corrispondenza tra la situazione descritta e la concreta azione politico-militare. La stessa mobilitazione appare obiettivamente tardiva, rispetto all’andamento della guerra.
    Naturalmente, è chiaro che si tratta di una partita giocata sul filo del rasoio, e che l’interesse russo non è certo quello di arrivare ad uno scontro diretto con la NATO. Purtuttavia, l’impressione è che oltre questa giusta prudenza, vi sia per l’appunto una qual certa riluttanza nell’assumere posizioni e comportamenti coerenti con la (peraltro corretta) lettura del quadro generale. Cosa che, ad avviso di chi scrive, rischia di rivelarsi un punto di debolezza, e che possa paradossalmente portare Mosca ad assumere, domani, posizioni ben più drastiche di quelle che oggi mostra di non voler prendere.

    La mobilitazione

    Prendiamo per esempio la questione della mobilitazione parziale dei riservisti – e quella dei referendum nei territori liberati, che vi è strettamente connessa.
    Era evidente da tempo, ben prima delle due offensive ucraine su Kherson ed Izyum, che le unità impiegate erano del tutto insufficienti. Se consideriamo che la linea del fronte si sviluppa lungo oltre 1.000 Km, e che le truppe impegnate nell’operazione speciale sono complessivamente tra le 150 e le 200.000, appare abbastanza evidente che la pur notevole supremazia dell’artiglieria russa non è affatto sufficiente a garantirne la prevalenza strategica e tattica. Bisogna infatti tener conto del fatto che buona parte di quegli uomini sono impegnati nella logistica (rifornimenti, comunicazioni, sanità, riparazioni meccaniche, etc), che un’altra parte deve necessariamente stare nelle retrovie – sia per garantire la rotazione ai reparti di prima linea, sia per costituire una prima riserva – e quindi quelle unità rimaste devono coprire una sterminata linea di combattimento. Ovviamente, soprattutto considerando che Kyev nel frattempo ha già effettuato ben 4 scaglioni di mobilitazione, era impensabile andare avanti con un numero così inferiore di combattenti.
    La riluttanza a mobilitare ulteriori truppe, alla fine ha fatto sì che si è dovuto procedere in fretta, con un numero probabilmente più elevato di richiamati rispetto a quello che sarebbe stato sufficiente tre/quattro mesi fa, e per di più all’indomani di una sconfitta tattica (non decisiva, ma neanche irrilevante), finendo col trasmettere l’idea che l’esercito si trovi in serie difficoltà. Tra l’altro, anche per dare un senso di guerra patriottica alla mobilitazione, è stato necessario anticipare la consultazione referendaria sull’annessione alla Federazione Russa, inizialmente prevista non prima di novembre, nonostante che il territorio di tre oblast su quattro non sia ancora del tutto controllato dalle forze russe.
    Per quanto i 300.000 mobilitati siano tutti riservisti, e preferibilmente con esperienza di combattimento, è chiaro c’è un tempo tecnico – tra formazione dei reparti, equipaggiamento, riaddestramento e dislocamento – prima che diventino operativi, tempo che presumibilmente non potrà essere inferiore ai 30/45 giorni; il che, a sua volta, significa che l’effettiva operatività delle nuove unità non potrà dispiegarsi e sortire effetti concreti prima di un paio di mesi.
    Al tempo stesso, il risvolto bellico dei referendum darà i suoi frutti nel giro di pochi giorni. Perchè, al di là delle parole di Putin e Shoigu sulla disponibilità a ricorrere alle armi nucleari in caso di minaccia all’integrità territoriale (parole assai enfatizzate quanto ovvie, mentre non avevano fatto alcuno scandalo le parole della Truss, che si dichiarava “ansiosa” di premere per prima il bottone…), si pone una questione concreta, ovvero l’occupazione di territorio russo da parte delle truppe ucraine. Tale infatti diventa quello dei quattro oblast, in tre dei quali sono presenti le forze armate di Kyev. Anche se sin dal primo momento Mosca ha parlato di “liberazione”, in riferimento alle regioni sud-orientali dell’Ucraina, è chiaro che questo passaggio formale cambia anche la valutazione degli avvenimenti sul campo. In concreto, le offensive ancora in corso verso Liman, ed i persistenti tentativi di sfondare verso Kherson, a questo punto si configurano formalmente come un attacco ucraino alla Russia.

    Difficoltà

    Anche se ovviamente Mosca non lo ammette, mentre la NATO ne ingigantisce demagogicamente la portata, è chiaro che al momento la Russia è leggermente in difficoltà sul terreno. Questo, al netto degli errori commessi nel settore di Kharkiv, è in buona misura dovuto alla riluttanza pregressa di cui si è già detto, ma anche ad una ancora in essere.
    Esaminiamo quelli che al momento sono i tre settori caldi del fronte, al fine di evidenziare queste difficoltà.
    Nel settore nord-est, quello appunto di Kharkiv, l’offensiva ucraina di inizio settembre ha travolto le deboli difese russe, prevalentemente affidate a poche unità della Rosvguardya, che non hanno avuto altra scelta che ripiegare, andandosi ad attestare su una linea difensiva che corre lungo il fiume Oskil. Questa offensiva non solo ha portato alla riconquista di una vasta area da parte di Kyev (circa 2.500 Km2), comprese alcune città – tra cui l’importante nodo strategico di Izyum – ma ha costretto i russi a rinculare profondamente. Per quanto, ancora una volta, la superiorità dell’artiglieria e dell’aviazione russa abbiano inferto pesanti perdite agli ucraini, questi continuano a tentare di accerchiare la città di Liman.
    Ad oltre 15 giorni dall’inizio dell’offensiva, i russi non sono stati ancora in grado di lanciare una controffensiva, né relativamente ai territori persi nelle settimane precedenti, né tantomeno per alleggerire la posizione delle truppe asserragliate a Liman. E questo attesta appunto la difficoltà di riprendere l’iniziativa in quel settore. Ma – e qui torna la riluttanza… – nonostante la pressione ucraina continui, non viene fatto un uso massiccio dell’aviazione. Dall’inizio della guerra, infatti, questa agisce prevalentemente in supporto tattico alle unità di terra, in genere impiegando pochi cacciabombardieri. Per quanto siano in difficoltà, e comunque sulla difensiva, non c’è traccia – ad esempio – di massicci bombardamenti utilizzando bombardieri d’alta quota. La truppe ucraine quindi, sono sostanzialmente colpite soprattutto quando entrano nel raggio d’azione dell’artiglieria, ma non nelle concentrazioni sulle retrovie – e non in modo sistematico.

    Una situazione simile si può osservare più a sud, dove invece sono i russi ad essere all’offensiva.
    L’avanzata in quel settore è assai costosa, in termini di caduti e di tempo, giacché si tratta di un settore altamente fortificato, con linee di difesa successive che fanno perno sui centri urbani, a loro volta collegati da reti di formicai (linee trincerate articolate in profondità). Anche qui osserviamo – come già s’era visto a Mariupol – come l’esercito russo, le milizie del Donbass e la PMC Wagner, preferiscano operare conquistando le città casa per casa, con combattimenti sanguinosi che possono richiedere anche mesi. L’avanzata sulla città di Bakhmut, e così prima la conquista di Soledar, impegnano i russi da luglio. E poco più indietro di quella, c’è un’altra linea fortificata ucraina, lungo l’asse Sloviansk-Kramatorsk, che richiederà a sua volta altri mesi per essere presa. Eppure, anche qui, l’uso delle forze aeree e missilistiche è limitato. Come praticamente accade dal 24 febbraio, la distruzione di infrastrutture strategiche è assai scarsa. Anche volendo evitare di colpire quelle che hanno un più diretto impatto sulla popolazione civile (centrali elettriche ed idriche), stazioni e linee ferroviarie, così come ponti stradali, che sono determinanti nel garantire l’afflusso di rifornimenti e rinforzi per gli ucraini, vengono colpiti solo occasionalmente, e comunque non in un quadro strategico complessivo.

    Terzo esempio, nel settore di Kherson. Qui l’offensiva ucraina di agosto si è scontrata con una resistenza molto forte, ed anche qui ha registrato molte perdite, sia in uomini che mezzi. Purtuttavia, sul fronte di Kryvyi Rih si era registrata una penetrazione ucraina all’interno delle linee russe. La risposta, per certi versi geniale, è stato il bombardamento delle dighe sul fiume Inhulets, che hanno provocato lo straripamento delle acque e quindi l’allagamento di ampi pezzi di territorio, mettendo fuori uso i pontoni gettati dagli ucraini per assicurare il flusso di rifornimenti verso la testa di ponte. Il problema è che anche qui, a parte una serie di immediate controffensive russe, che hanno effettivamente bloccato la gran parte delle direttrici d’attacco ucraino, sinora non è stato possibile mettere in atto una controffensiva di più ampio respiro, in grado di ricacciare indietro le forze di Kyev. E gli allagamenti provocati dalla distruzione delle dighe impediscono anche alle forze russe la mobilità, rendendo praticamente impossibile chiudere in una sacca la testa di ponte.
    Volendo tirare un bilancio complessivo, la situazione al momento è stabile, con gli ucraini che continuano a premere in direzione di Liman a nord e di Kherson a sud, mentre i russi proseguono la lenta offensiva verso la linea Sloviansk-Kramatorsk.

    Il rischio

    Come si è visto, la leadership russa ha deciso di rompere gli indugi, quanto meno in alcuni campi. Ha deciso di accelerare il processo di integrazione nella Federazione delle regioni ucraine liberate, ha ufficialmente affermato di ritenere che la NATO sia a tutti gli effetti in conflitto con la Russia, ha avviato una mobilitazione parziale che – con l’aggiunta dei battaglioni di volontari che si stanno costituendo in molte repubbliche – dovrebbe portare gli effettivi operanti in Novarussia a circa 5/600.000 uomini.
    A tal proposito, come in parte già accennato, occorre tener presente due fattori concomitanti. Innanzi tutto, siamo ormai alle porte dell’inverno, e prima che i nuovi reparti siano operativi anche per operazioni offensive, la stagione fredda avrà già trasformato le pianure ucraine in pantani poco praticabili; questo, d’altro canto, non solo rallenterà anche le forze ucraine, ma ne trasformerà i trinceramenti in paludi inospitali. Allo stesso tempo, va considerato che la triplicazione degli effettivi comporterà – al netto di tutto – quanto meno un raddoppio dei mezzi messi in campo dalle forze russe: artiglieria, carri armati, blindati e mezzi meccanizzati.
    A meno di non facili sorprese, quindi, il potenziamento delle unità combattenti russe servirà prevalentemente in funzione difensiva, per almeno 4/5 mesi. Mesi durante i quali gli ucraini avranno tempo di organizzare la mobilitazione di nuovi scaglioni, addestrare le nuove reclute con minore urgenza, e soprattutto prepararsi per la primavera. È facilmente prevedibile che, anche grazie a quanto stabilito in sede NATO, per allora siano in grado di schierare almeno 100.000 uomini addestrati in Europa. Al contempo, sicuramente migliorerà la capacità operativa più generale, nonché il coordinamento con i comandi NATO e le intelligence militari occidentali.
    In questi mesi, dovrebbe anche maturare la capacità produttiva dell’industria bellica americana ed europea, mettendola in grado di alimentare la fornace ucraina. Resta da vedere se – ed eventualmente in che misura – si cominceranno a fornire a Kyev armamenti strategici, come artiglieria a lungo raggio e carri armati moderni. Tenuto anche conto che ormai gli arsenali di materiale ex-sovietico si sono esauriti.

    Se difficilmente vedremo cambiamenti sostanziali sul terreno nei prossimi mesi, col ritorno della bella stagione si fronteggeranno due eserciti potenziati rispetto alla situazione attuale. Ovviamente, in termini generali, non c’è possibilità per l’Ucraina di sopravanzare l’esercito russo, per quanto possa essere sostenuta dalla NATO. Il punto è piuttosto che la Russia si è, in un certo senso, bruciata i ponti alle spalle; a questo punto, infatti, la guerra non può concludersi senza la completa liberazione dei quattro oblast sud-orientali, essendo ormai fuori discussione che territori entrati formalmente a far parte della Federazione possano domani essere oggetto di trattativa. Il che rende assai possibile, per gli ucraini, mantenere aperta la questione. Basta infatti che siano in grado di lanciare offensive anche limitate, ma tali da impedire la stabilizzazione del fronte lungo la linea di confine, od anche solo di tenere sotto costante minaccia i territori liberati, colpendoli con artiglieria e missili come già fanno adesso.
    Di là dalla propaganda, infatti, per la NATO – e quindi per gli ucraini – l’obiettivo principale è alimentare il conflitto, mantenerlo aperto e costringere la Russia ad impegnarvisi a lungo. Ipoteticamente, anche per vent’anni, com’è stato per la guerra USA in Afghanistan.
    All’opposto, anche se sicuramente la Russia è in grado di reggere il conflitto per anni, durante i quali il logoramento militare della NATO (almeno come mezzi) sarà uguale o superiore a quello subito, è abbastanza evidente che suo interesse crescente è invece concludere la guerra nel più breve tempo possibile. E questo non può avvenire che soverchiando la capacità di resistenza ucraina, ed anticipando l’efficacia del sostegno fornitogli dalla NATO.
    Quanto più perdurerà questa riluttanza ad usare mezzi più decisi (colpire duramente le infrastrutture ucraine su tutto il territorio, ad esempio), tanto più rischia di dover impiegare mezzi maggiori e più potenti per ottenere il risultato. Insomma, sul breve-medio termine Mosca ha ancora tutte le possibilità di conseguire una vittoria, restando in un ambito non particolarmente a rischio; più i tempi si allungano, più una risoluzione richiederà invece una maggiore escalation. È questo fondamentalmente il nodo che deve essere sciolto a Mosca. A meno di non contemplare la sconfitta – anche solo parziale.


    1 – “The heart of Kyiv has barely been touched. And almost all of the long-range strikes have been aimed at military targets”, come dichiarato a Newsweek da un senior analyst della Defense Intelligence Agency (DIA). Cfr. Putin’s Bombers Could Devastate Ukraine But He’s Holding Back. Here’s Why [https://www.newsweek.com/putins-bombers-could-devastate-ukraine-hes-holding-back-heres-why-1690494]

    “in 24 days of conflict, Russia has flown some 1,400 strike sorties and delivered almost 1,000 missiles (by contrast, the United States flew more sorties and delivered more weapons in the first day of the 2003 Iraq war). The vast majority of the airstrikes are over the battlefield, with Russian aircraft providing ‘close air support’ to ground forces. The remainder—less than 20 percent, according to U.S. experts—has been aimed at military airfields, barracks and supporting depots”. In Putin’s Bombers Could Devastate Ukraine But He’s Holding Back. Here’s Why, Newsweek, ibidem
    Cfr. anche: Graham T. Allison (Douglas Dillon Professor of Government at the Harvard Kennedy School, and former director of Harvard’s Belfer Center), Amos Yadlin i(former Chief of Israel’s Defense Intelligence and a Senior Fellow at Harvard University’s Belfer Center for Science and International Affairs) in: “Piercing the Fog of War: What Is Really Happening in Ukraine?”, su nationalinterest.org [https://nationalinterest.org/feature/piercing-fog-war-what-really-happening-ukraine-201440]